Di Roberta Giuili

Di questi tempi è strano dire “parto per Parigi”. Ebbene sono andata a Parigi tre giorni, ormai avevo prenotato, e non ho voluto che il terrorismo proprio nella sua accezione di spettro immanente, potesse cambiare i miei piani.

È bella, come sempre, ma un po’ spenta, rispetto al solito. C’è poca gente in giro (lo dimostrano gli sconti dilaganti nei negozi parigini), nessuna fila ai musei… Ho ritrovato un po’ della tipica euforia della capitale francese a Champs Elysees, cosparsa di mercatini natalizi (ma senza la presenza rassicurante della luce emanata dalla torre Eiffel, ancora spenta), e in un ragazzo che di mercoledì mattina si è messo a suonare con un pianoforte nel mezzo della piazza dell’operà.

 I parigini sono tornati alla loro normalità, e gestiscono la paura con ordine, con i controlli efficaci (prima di entrare in qualsiasi negozio bisogna aprire la borsa, togliere cappello, cappotto e quanto altro possa nascondere qualcosa) e non con l’agitazione che invece ha preso Roma. Nella metro di Roma ogni tanto qualcuno si allarma dicendo di sentire dei rumori sospetti, a Parigi la metro si è bloccata per dieci minuti perché “un uomo stava camminando tra i binari”: ed io, da buona italiana, ho subito pensato ad una possibile bomba; i parigini, da buoni francesi, hanno aspettato composti e calmi che ripartisse il vagone.

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Ho anche visto la piazza che ha ospitato la COP21, la conferenza sul clima, riempita di installazioni e cartelloni di progetti strabilianti che preannunciano un cambiamento radicale della città (previsto per il 2050) in una metropoli costellata di verde, fatta di piante che si innestano su ogni edificio e parchi che si alternano a marciapiedi.

Ero già stata tre volte a Parigi, e questa volta l’ho volutamente osservata, visitata e girata con uno sguardo più penetrante, più discostato: ho scoperto tre posti speciali, il primo probabilmente frequentato anche dal turista casuale, gli altri due più ricercati.

Il museo dell’Orangerie, fatto di sale tonde e bianche circondate dalle ninfee di Monet. La libreria “Shakespeare and Company”, proprio vicino Notre Dame che, fondata nel 1919 da Sylvia Beach, negli anni venti divenne luogo di incontro per scrittori come Ezra PoundErnest Hemingway,James Joyce e Ford Madox Ford, ed ora una libreria magica, con materassi o scrivanie incastrate negli scaffali per studenti, lettori, perditempo.

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E infine i “passages“, gallerie coperte costellate di negozi, nate in gran numero nel corso del primo trentennio del XIX secolo, cadute in disprezzo all’epoca dei grandi magazzini. Ora ospitano hotel, piccoli bistrot e pasticcerie, negozi di tutti i tipi, e emanano un’affascinante aura di passato, quasi come ancora passeggiassero le mademoiselles con i loro ingombranti vestiti settecenteschi.

 

CREDITS

Foto scattate dall’autrice