di Fatima Ismaeil

La matrice “islamico-radicale” del terrorismo islamista non si configura quale elemento sostanziale quanto piuttosto quale elemento superficiale, marginale, del fenomeno, utilizzato strumentalmente, pretestuosamente, in funzione di riconoscibilità identitaria/ricerca di legittimazione sociale, popolare.

La natura esacerbata del fenomeno è altra, facilmente rintracciabile all’interno del tradizionale bacino di contestazione anti-sistemico: anti-imperialista post coloniale, nichilista. La guarnizione islamica – certe prospettive, radicalizzate, svuotate della loro intrinseca sapienza millenaria, trascese negativamente, certo linguaggio – è meramente funzionale alla mobilitazione di massa, in quanto, come sostiene Olivier Roy, celebre orientalista francese, l’approccio islamista costituisce, concretamente, “l’unica causa radicale sul mercato”.

«Non si può capire il radicalismo islamico se non si comprende che riprende (e islamizza) un’area tradizionale di contestazione, che si tratti di anti-imperialismo, di mobilitazione degli spazi di esclusione sociale e di radicalizzazione dei giovani intellettuali. Ogni aggravarsi del conflitto palestinese, ogni intervento militare americano nella regione non può che rafforzare un anti-americanismo condiviso ormai da tutti gli strati della popolazione musulmana e che spiega il passaggio all’azione di suoi membri. Ma questa violenza non è islamica: è antimperialista. Sono i postumi della de-colonizzazione che, con l’egemonia americana, trova improvvisamente una nuova dimensione»1.

«Alla base del fenomeno c’è un nichilismo, una repulsione per la società, che si ritrova anche a Columbine e nelle altre stragi di massa negli Stati Uniti, o in Norvegia con il massacro di Anders Breivik che fece 77 morti a Oslo e Utoya. C’è una descrizione degli assassini del Bataclan che ricorda Breivik in modo impressionante: uccidevano con sguardo freddo, con calma e metodo, senza neanche manifestare odio. Il nichilismo, la rivolta radicale e totale, è comune a tutti questi episodi, e in Europa prende la forma del jihadismo tra alcuni musulmani di origine o convertiti»2.

Roy parla anche di uno scontro generazionale alla base della mobilitazione jihadista di molti giovani musulmani europei di seconda generazione: «Le famiglie sono spaccate. Non abbiamo avuto alcun problema con gli immigrati musulmani arrivati nei decenni scorsi dal Maghreb. Ce l’abbiamo con alcuni dei loro figli, la seconda generazione, nati qui, che parlano il francese meglio dei padri e a un certo punto si sono secolarizzati. Le testimonianze coincidono: i futuri terroristi a un certo punto lasciano l’islam dei padri e vivono all’occidentale, si dedicano al rap, bevono alcol, fumano spinelli, e poi all’improvviso cambiano, si lasciano crescere la barba, diventano islamisti, integralisti. Sempre in contrapposizione ai padri. Sono tanti i fratelli terroristi, dai Kouachi ai Clain agli Abdeslam entrati in azione a Parigi: la dimensione generazionale è evidente. La secolarizzazione, la mancata trasmissione dell’islam dei padri, favorisce l’islamismo. Islam dei padri che peraltro i convertiti non hanno mai conosciuto. Quindi non si tratta di radicalizzazione dell’Islam. Ma di islamizzazione del radicalismo2.

Perché è così difficile capire che quella dell’Isis è la mera e grottesca strumentalizzazione di una religiosità vuota e priva di contenuti realmente islamici? Forse l’occidentale medio, oltre che dell’approfondimento di cultura geopolitica suddetto, manca di una gamma minima di conoscenze antropologiche basilari relative alla cultura mediorientale; nozioni che, di certo, i mass media più diffusi non aiutano in nessun modo a reintegrare.

Il Medioriente è pervaso dalla peculiare sensibilità culturale, tradizionale, secondo cui ogni aspetto del Reale, nel bene e nel male, a prescindere dal contesto “ecclesiastico”, quanto piuttosto “profano-laico” (per quanto questa distinzione categoriale nel mondo arabo-orientale non corrisponda affatto, dettagliatamente, a quella occidentale) è riconducibile al Divino. La società arabo-orientale è una società che, per predisposizione intellettuale, cerca e trova soluzione alle proprie problematiche interne ed esterne pressoché esclusivamente nell’ambito religioso o pseudo tale. L’anelare al Divino è, in definitiva, cifra distintiva e caratteristica dell’approccio orientale alle cose, l’uomo mediorientale esplica se stesso squisitamente in termini religiosi.

A questo punto diventa semplice comprendere come anche chi si discosti abissalmente dalla legge divina islamico sensu, dall’etica religiosa islamica, prenda le mosse, un po’ per reale sentimento culturale, quanto principalmente per opportunismo sociale, ricerca di riconoscibilità identitaria popolare e perciò legittimazione e mobilitazione sociale (cosa più della religione in Medioriente, con questi presupposti culturali, è in grado di muovere le masse?), inequivocabilmente dall’islam stesso, portato alla rivolta alla stregua di “cultura religiosa popolare”, “humus culturale tradizionale”, piuttosto che religione vera e propria, sistematicamente strutturata. Ecco come l’islam diventa funzionale quindi pure a livello terminologico-identitario nella configurazione di un noi, credenti e fedeli –alla causa-, contrapposto a un loro, miscredenti, non sposanti la causa, nemici della stessa e quindi di Dio, qui, strumentalmente, estrinsecazione ideologica del concetto di giustizia.

Ma approfondire, conoscere, onde colmare il gap culturale che divide Occidente e Oriente richiede impegno, fatica, sforzo intellettuale, parziale abbandono delle proprie certezze e delle proprie peculiari prospettive. Quindi niente, preferiamo l’ignoranza coatta, quella degenerazione del pensiero intellettuale che ci fa dire «be’, insomma, gridano Allah Akbar, recitano il Corano, saranno per forza di cose musulmani! Estremisti, ma musulmani!».

Perfetto, senza dubbio.

FONTI

  1. Olivier Roy, “Global Muslim”
  2. Olivier Roy, intervista al settimanale L’Espresso, Stefano Montefiori
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