12:00 am
19 luglio 2018

Flussi migratori: uno sguardo alla radice

Flussi migratori: uno sguardo alla radice

di Julian McNeill 

Un tema molto caldo di questo 2015 ormai quasi giunto al termine è quello dei flussi migratori ed in particolare, per quanto ci riguarda, quelli che hanno visto e che vedono grandi spostamenti di persone da paesi del Nord Africa e del Medio Oriente verso i paesi europei, nello specifico quelli nordici.

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) sostiene nel consueto rapporto annuale relativo all’anno precedente, pubblicato in settembre 2015, che ci sia stato un aumento del 4,5%  di questo flusso su base annua e le prime stime per quanto riguarda il 2015 manifestano un ulteriore incremento.

Questo dato fa sì che molti politici, per ovviare alla questione, concentrino la propria analisi solo su policies a breve-medio termine, che garantirebbero dati spendibili politicamente. Sono pochi invece a porre la propria attenzione sulle cause effettive che provocano questo fenomeno evidentemente inarrestabile.

Per capirle dobbiamo innanzitutto definire chi sono le persone che migrano. È spesso opinione comune considerare la maggioranza dei migranti come profughi di guerra, quando in realtà solo il 18% di essi sono da intendersi effettivamente come tali. Secondo il German Marshall Fund, un think tank americano, l’82% di essi arriva infatti in cerca di lavoro, per motivi familiari o più in generale per questioni di benessere, ed è proprio questo il punto: è sulla libertà di esercitare il proprio agire economico che bisogna focalizzare l’attenzione.

La nostra vittoria più grande come paesi occidentali, difatti, è il riconoscimento da parte di ogni cittadino che la democrazia sia un’istituzione imprescindibile di una comunità politica, un’istituzione che permetta di rendere migliore il paese in cui si vive, che dia la possibilità alle persone di essere libere e di costruire il proprio futuro ed il proprio benessere. È proprio forse la mancanza di tutto ciò la causa fondamentale del problema. Come fare quindi per colmare questo deficit democratico?

Per dare un’idea in termini economici, affinché si comprenda quale sia il nostro impegno a tal proposito, secondo i rapporti dell’European Instrument for Democracy and Human Rights (EIDHR), l’Unione Europea ha un programma di investimenti annuo di 222 milioni di euro per lo sviluppo ed il consolidamento della democrazia all’estero, soldi che vengono distribuiti tra numerosi programmi culturali e a sostegno di amministrazioni centrali e locali.

Nel contempo proprio l’Unione Europea ha però deciso pochi giorni fa di elargire alla Turchia (di cui ricordiamo importanti e recenti lacune democratiche) una somma di 3 miliardi di euro per intensificare il controllo delle frontiere e bloccare il flusso di rifugiati, una misura comprensibile dopo i fatti di Parigi, ma che rivela la reale disponibilità di denaro destinabile alla risoluzione del fenomeno.

Alla luce dei sopracitati dati risulta evidente come si stia pesando in maniera non corretta o perlomeno superficiale il valore da attribuire alle possibili soluzioni di questa sfida fondamentale del secolo. Da una parte, con estrema facilità e rapidità, destiniamo molte risorse per tamponare la ferita, mentre dall’altra, con processi lenti e macchinosi, ne vanno forse troppe poche per curare alla radice una malattia che cresce sempre di più, di anno in anno.

In materia di investimenti, di qualsiasi campo si tratti, la lungimiranza è un fattore imprescindibile affinché vi siano profitti durevoli. In politica estera purtroppo pare sia proprio questa attitudine a mancare o ad essere sempre posta in secondo piano.

Images: copertina

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