di Chiara Caligiuri 

Guardava l’orizzonte. La roccia fredda e dura contro la schiena nuda. Mirava. Il mare si estendeva innanzi a lui, lo sguardo si perdeva tra l’inconsistente limite tra cielo e terra. Respirava eternità. Ci fu un rombo di tuono nel cielo limpido, e una figura gli comparve accanto.  Non guardò il nuovo arrivato, si limitò a fissare il mare. Colui che era arrivato pareva più grande e forte di lui, aveva una barba nera ben curata e braccia forti e possenti, gli occhi erano d’uno azzurro gelido, il colore di cui si tinge il cielo prima d’una tempesta estiva e imprevista.

“E così sei venuto, devo dire che non me lo aspettavo” mormorò quello contro la roccia, rivolgendo solo in quel momento lo sguardo al visitatore che non era cambiato dall’ultima volta che lo aveva visto.

“Volevo farti una domanda” disse l’altro senza scomporsi, mirando l’orizzonte. I due stavano sulla scogliera, frustati dalla forza del vento, il primo incatenato alla roccia, il secondo dritto come un fulmine.

“Chiedi, ti risponderò senza indugio”.

L’altro non aspettò oltre:

“Non ti sei ancora pentito di ciò che hai fatto? Hai avuto modo di riflettere sull’uomo e sulle sue azioni, sui suoi cambiamenti e sulle sue meschinità. Quali sono le tue conclusioni, arrivati a questo punto?”

Quello incatenato abbozzò un sorriso, si intravedevano le prime luci dell’alba rischiarare il cielo infliggendogli delle sottili stilettate di luce.

“Non vi sono conclusioni, non vi saranno finché anche l’ultimo uomo e l’ultima donna continueranno a vivere. La loro è una razza in continua evoluzione. Plasmabile e mutevole, è una stirpe fluida, adattabile. E non sono pentito di ciò che ho fatto. Sono tutt’ora convinto d’aver fatto la cosa giusta.”

L’altro sbuffò.

“Credevo che fossi cambiato in tutto questo tempo, ero convinto che ti avessero deluso, gli umani. Così fragili e abietti, maligni oltre ogni dire. Così impuri e sciocchi.”

La voce era piena di rabbia, feroce e tagliente. Il cielo sereno tuonava.

“La differenza tra me e te e che io non ho mai preteso nulla da loro. Non possono deludermi senza che io mi faccia delle aspettative. Li ho amati non appena l’argilla si seccò. Il mio amore verso l’umanità non ti sarà mai comprensibile. Tu che non hai mai amato nulla senza aver qualcosa in cambio, cosa ne puoi sapere di un sentimento che trascende ogni limite?”

“Dunque tu ancora credi in loro” commentò l’altro aspramente.

“Come fin dall’inizio io non smetterò mai di farlo. Credere nell’umanità è la cosa più difficile da fare, nemmeno gli umani credono più in loro stessi. Qualcuno deve dargli il coraggio che meritano.”

Continuò l’eterno prigioniero con una voce così calma da inquietare.

“L’umanità non ti ha mai riconosciuto nessun merito per la sua stessa esistenza e tu soffri ogni giorno a causa loro, soffrirai per sempre a causa loro, senza che essi ne siano consapevoli. Questo non fa provare ancora più dolore?”

“Io sono fiero dei loro passi in avanti. Mi rattristo quando invece ne fanno all’indietro, ma tutto questo non cambia il mio amore per loro. Essi sono i miei figli, e un padre non smette mai di amare. Amarli è come un’eterna condanna che sono orgoglioso di patire. Senza di essi il nostro scopo in questo mondo sarebbe vano” .

“Tu parli di fantasticherie.” Giudicò l’altro.

“Sai bene che il tuo cuore non ha mai potuto amare più di un solo oggetto contemporaneamente, quindi mai potrai capire il mio amarli senza che vi siano poste condizioni, il mio amore è in continua crescita, i miei figli sono miliardi e io ho amore per ognuno di essi.”

“Come sei debole, così frammentato.”

“Quella che tu riconosci come debolezza è la mia forza più grande, la linfa vitale che mi tiene in vita nonostante il martirio. In ogni loro cuore che batte c’è una parte di me e del mio sacrificio. Io dipendo dalla loro esistenza e loro dalla mia. È un legame che nemmeno tu, nonostante i tuoi enormi sforzi potresti mai distruggere. Io sono l’umanità. Ho donato loro intelligenza e memoria, ho dato loro ciò per cui vale la pena sopravvivere. Fiducia.”

“Hai permesso che si moltiplicassero senza freni, hai dato loro modo per sopravvivere da barbari quali sono. Non altro che un’accozzaglia di malizia e perversione, il Caos sembra governarli, un caos primordiale e intessuto ad arte. Deboli che si fanno governare dai potenti, dalla paura, da falsi preconcetti creati apposta per indottrinarli. Tra di loro vince sempre il più forte; non hanno scrupoli, avidi egoisti, sono come sanguisughe, felici quando devono sopravvivere nutrendosi del sangue di chi soffre per loro. Come te.”

“Noi non siamo mai stati diversi da loro, nemmeno nei nostri tempi migliori. Loro sono come noi, con l’unica eccezione che li rende così speciali ai miei occhi. Sono effimeri e un giorno, dopo essersi guardati alle spalle,  moriranno. E nella loro consapevolezza della morte cercano di sfruttare ogni secondo, di godere ogni ora della loro breve esistenza. L’umanità brucia, arde ogni cosa che la circonda, assettata alla fonte della vita, si presenta porgendo una coppa che non sarà mai piena fino all’orlo. Ogni cosa gli sfugge via dalle dita, il Fato ne orchestra le gioie e i dolori, ma nonostante questo trovano il modo d’uscirne sempre, alla fine. Alla continua ricerca della loro personale percezione di precisione e armonia. Sono un diamante grezzo dalle mille sfaccettature, ogni colore sfumatura sensazione si ricollega ad un cuore centrale, individui di una collettività disarmante.”

“Nulla è cambiato dunque, io non li ho mai capiti e ne desidero la distruzione, tu li hai sempre amati e continuerai a credere in loro nonostante le guerre, gli abomini, i genocidi e le crudeltà imprecisabili.”

“Siamo stati noi a crearli così, non puoi gettare via ciò che non ti piace senza dargli occasione di migliorarsi.”

“Fin troppe occasioni diedi all’umanità intera, mai realtà fu più vera di quella che ora ti confesserò: per quanta tu possa addomesticare un animale, in esso insito sarà sempre l’istinto bestiale. Esso non dorme ed esce fuori quando sono pronti ad azzannarsi alla gola. Cani infedeli senza passione. La tua arguzia come anche il tuo sacrificio non fermerà il cancro che gli possiede l’anima, la loro anima è corrotta, e i tuoi pensieri non li potranno mai ispirare del tutto. I tuoi inganni non li salveranno per sempre. Proprio tu, Colui che riflette prima di agire, il saggio, hai gli occhi coperti da un velo di vaga speranza che ti impedisce di vedere e giudicare gli eventi in modo chiaro”.

“L’unica cosa di cui non sei riuscito e mai riuscirai a privarmi. Li ho amati con intrigo e furbizia, passione e speranza. Ricorda, è ciò che non è mai uscito dal vaso.”

L’altro sorrise. Il sole sorgeva ormai, la luce illuminava l’acqua del mare tingendola d’oro, la spuma si infrangeva contro la rupe più alta della Scizia, bianca e porosa.

C’era un puntino nero all’orizzonte che andava delineandosi mano a mano che si avvicinava, il castigo del Portatore di Fuoco volava verso di loro.

“Tornerò da te quando sopraggiungerà la fine”

“Ti aspetterò.”

Con il rombo di un tuono il visitatore scomparve. L’aquila ormai era prossima alla rupe, il prigioniero chiuse gli occhi sorridendo, prossimo al dolore eterno a cui era stato condannato. Allargò le braccia scuotendo le possenti catene con cui era incatenato. L’aquila gli si gettò contro dilaniandogli le carni. Trattenne il respiro. E la speranza.

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