Il ruolo della politica internazionale nella tutela e nella crescita dei diritti umani” titola la lectio magistralis di Emma Bonino, esponente di spicco del Partito Radicale italiano, membro del comitato esecutivo dell’International Crisis Group, ideatrice e promotrice della Corte Penale Internazionale, delegata per l’Italia all’Onu per la moratoria sulla pena di morte oltre che fondatrice dell’organizzazione internazionale “Non C’è Pace Senza Giustizia” per l’abolizione delle mutilazioni genitali femminili. Ha ricevuto numerosi premi internazionali e non per il suo impegno nonviolento contro ogni discriminazione; bisogna ricordare anche le sue campagne a favore del divorzio e contro l’aborto clandestino.

La senatrice esordisce affermando di non sentirsi a disagio per trovarsi allo stesso tavolo con Shirin Ebadi, sebbene primo ministro degli Esteri italiano in visita ufficiale in Iran dopo 10 anni presso l’attuale presidente Rouhani: dopo Ahmadinejad riteneva importante l’apertura al dialogo, seppur prudente, perché non è l’isolamento ma il coinvolgimento a garantirla. “Non si può dialogare solo con gli amici” considera, in virtù del fatto che forse in tema di diritti umani oggi è difficile dialogare anche con se stessi. La promozione della tutela dei diritti umani è un processo, non un evento e ciò implica che tale cammino sulla via della tecnica nonviolenta, della democrazia e dello stato di diritto sia lento, faticoso e anche contraddittorio. Inoltre manca un meccanismo sanzionatorio e anche di controllo interno di effettivo rispetto dei diritti umani, la cui promozione non è espressione di una mera volontà di imposizione dell’occidente essendo essi “universali”.

Tuttavia Emma Bonino, ricordando la Convenzione sul genocidio del 1948 e la lotta fatta con i Radicali per l’istituzione della Corte Penale Internazionale, entrata in funzione nel 2002, ribadisce come sia possibile introdurre dei meccanismi sanzionatori e cambiare lo stato di cose esistenti anche se “nessuno ci avrebbe scommesso una lira”, pur se con “l’aiuto” della contingenza di eventi storici drammatici all’epoca – le guerre nei Balcani, il massacro di Srebrenica, il genocidio del Ruanda. Anche se può sembrare improbabile ai più, l’opinione pubblica e la mobilitazione collettiva possono fare la differenza nel processo di promozione dei diritti umani, tuttavia si tende a ragionare per stereotipi: gli strumenti internazionali in quanto intergovernativi e basati sulla buona volontà dei singoli Stati si realizzano di per sé, mentre l’azione collettiva il più delle volte frammentata e debole non serve a nulla. In realtà anche i Paesi autocratici sono sensibili a tali mobilitazioni, e sebbene sembri che tutto stia peggiorando a causa di un’informazione molto rapida e diffusa, in realtà le campagne di successo esistono. L’importante è che siano condotte con intelligenza.

Emma Bonino porta come esempio quella contro le mutilazioni genitali femminili, inizialmente fallimentare in quanto incentrata sull’aspetto sanitario più che su quello di violazione del diritto umano all’integrità fisica: gli Stati alle prime sollecitazioni avevano risposto con la proposta di effettuare tale pratica in ospedale, così è arrivato il cambio di rotta della lotta. Ci sono voluti 10 anni per arrivare a una risoluzione. In molti Paesi sono state adottate leggi contro tale pratica, non propria solo della cultura islamica come si tende a pensare. Ora bisogna applicarle. Di recente c’è stata una condanna in Egitto contro un ginecologo e un padre consenziente.

Riprendendo il discorso di Shirin Ebadi, spesso c’è una strumentalizzazione della religione da parte di regimi non democratici islamici, e anche in altri Paesi c’è il rischio di un ritorno al passato; è importante affrontare con i musulmani il dialogo sulla separazione tra politica e religione, non così scontata anche in casa nostra del resto.

E guardando a noi, in Italia c’è una violazione dei diritti umani pur avendo sottoscritto la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Ad esempio, secondo la senatrice uno dei fenomeni meno studiati è l’arrivo in Italia di minori, anche donne, non accompagnati meritevoli di una certa tutela secondo l’articolo 18 della Carta. Sono arrivati in 3000, tutti dall’Egitto, e più della metà è sparita dopo aver messo piede sul suolo italiano: non è difficile immaginare che siano finiti nei canali della tratta, della prostituzione, del narcotraffico e dell’indottrinamento terroristico.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale è nata la Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati e ora che dobbiamo applicarla siamo i primi a disattenderla. Purtroppo è andata perduta persino la nozione di una politica di integrazione: vergognosamente si urla e si alzano muri con fili spinati dopo aver perso il conto dei morti nel Mediterraneo. Da qui al 2017 si prevedono 3 milioni di rifugiati, per cui è necessario mettere da parte la pancia e l’isteria e occuparsi dell’integrazione, politica indubbiamente non priva di difficoltà. Con amarezza e risolutezza Emma Bonino conclude: “la verità è che l’umanità disperata e dolente non piace, non la vogliamo e non la vogliamo vedere, come se l’uomo fosse solo gioioso, festante… Cambiare si può, anche se è un processo lungo, faticoso e pieno di errori ma perché si può bisogna tentarlo! La perfezione non è di questa terra, ma che essa sia almeno più vivibile. E’ necessario ora più che mai il ripristino di uno stato di diritto e se non si agisce in questo senso si diviene complici di un’involuzione di cui tutti potremmo pentirci”.

Dopo le due lectio magistralis segue l’intervento di Nicolò Zanon, intervistato da Giovanni Anversa, sul tema dell’irrinunciabilità alla tutela dei diritti a fronte del multiculturalismo. Partendo dall’ipotesi che è sempre più probabile che un individuo appartenente a una minoranza culturale violi una legge di un ordinamento statale, il giurista espone un caso celebre riguardante il tema in questione e la cosiddetta cultural defence, risalente alla metà degli Anni ’80 negli USA. Una signora giapponese, Fumiko Kimura, dopo aver scoperto il tradimento del marito decide di suicidarsi trascinando con sé i figli; a differenza loro la madre sopravvive e dopo il processo per omicidio è condannata solo a un anno di detenzione e 5 di probation. Il fatto suscita una forte attenzione mediatica, poiché secondo alcuni sociologi e antropologi il suicidio costituisce per la donna l’unico modo per lavare l’onta subita e vi è quindi una sorta di giustificazione per il coinvolgimento dei figli. In tribunale un antropologo è invitato a pronunciarsi al riguardo; tuttavia la difesa sceglie alquanto saggiamente di non puntare tutto sulla differenza culturale e la cultural defence, ma di ripiegare su una semi-infermità dell’imputata. Si tratta di un caso degno di nota e rivoluzionario in un certo senso perché il giudice si trova davanti a un imputato molto distante dal proprio orizzonte culturale.

In Italia si ha un caso analogo nel bresciano: una ragazza musulmana andata a convivere con il fidanzato viene uccisa dal padre con la complicità dei parenti, come condanna a uno stile di vita ritenuto immorale dalla famiglia. Durante il processo, l’idea di un reato culturalmente orientato si fa strada ma in realtà la giurisprudenza non ne tiene conto, così il padre è condannato piuttosto duramente. Davanti al bivio tra modello di assimilazione e uno multiculturale Nicolò Zanon che ricorda di aver giurato fedeltà alla nostra Costituzione afferma che essa sia rispetto delle minoranze, multiculturalismo e pluralismo, tuttavia ciò non implica vivere la propria cultura a prescindere dalla legge. “Vi sono delle scelte di principio a cui non si può rinunciare, rispetto cui la tolleranza a un comportamento deviante diventa un problema.” No dunque al “giudice antropologo”. La preoccupazione è che rispetto al valore universale dei diritti e all’affermazione multiculturale si potrebbe verificare la formazione di “enclaves” dove i diritti umani, costati caro, non valgano. Va bene farsi carico delle differenze ma fino a un certo punto: in quest’ottica, la Costituzione resta un limite invalicabile.

Alla domanda di Anversa sullo “stato di salute” dei diritti dell’uomo in casa nostra, Zanon afferma che spesso “si fa una retorica sulla nostra Costituzione, la più bella del mondo, salvo poi non leggerla tutta”. Ci sono state condanne pesanti da parte dell’Europa sulla situazione nelle carceri o sul reato di tortura. Basti pensare al G8 a Genova: la Corte Europea ha condannato l’Italia in quanto manca una norma penale ad hoc per il reato di tortura. Chi ha torturato delle persone in Italia cade in prescrizione perché manca una pena con tempi di prescrizione più lunghi. C’è ancora molta strada da fare in Italia per quanto riguarda la tutela dei diritti umani.

A conclusione del seminario, il parere del giurista sulla lezione di queste due donne è che sia bellissima la possibile umanizzazione dell’Islam radicale, e avverabile il dialogo laddove sembri esserci mera follia e l’attivismo dei diritti umani non per partigianeria, ma per umanesimo.