“Quale futuro per i diritti umani?” è il seminario che ha avuto luogo il 12 novembre presso l’Università degli Studi di Milano in via Festa del Perdono: un appuntamento con i diritti dell’uomo, nuove forme di discriminazione e schiavitù e i possibili scenari futuri. Due le lectio magistralis sul tema: la prima di Shirin Ebadi, Premio Nobel per la Pace del 2003 e membro del Comitato d’Onore della Fondazione Umberto Veronesi, la seconda della senatrice Emma Bonino già Ministro degli Esteri della Repubblica Italiana e Commissario Europeo per l’Aiuto Umanitario d’Urgenza (ECHO). Le due donne, figure di spicco a livello internazionale per la lotta per la tutela dei diritti umani, sono affiancate da Nicolò Zanon, giudice della Corte Costituzionale nonché docente ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università degli Studi di Milano, intervistato da Giovanni Anversa, giornalista della Rai. L’evento promosso da La Statale, DIReCT e la Fondazione Umberto Veronesi è introdotto da Chiara Tonelli, prorettrice alla Ricerca, Maria Elisa D’Amico, coordinatrice DIReCT e Ilaria Viarengo, docente di Tutela internazionale dei diritti umani. Quest’ultima ha proposto il titolo della conferenza, un interrogativo che merita un chiarimento.

Secondo la docente sono sempre esistite discriminazioni, ma oggi c’è una novità rispetto al passato: la possibilità dell’intervento della comunità internazionale – la tutela dei diritti umani deve rimanere l’obiettivo principale di ogni Stato. Pur essendo gli accordi internazionali vincolanti per i singoli Paesi con norme e meccanismi di controllo sulla loro effettiva applicazione, ancora oggi sono disattesi per svariati motivi – interessi geopolitici ed economici in primis. Perlomeno lo Stato può rendere conto del suo comportamento al sistema esistente, in cui bisogna credere anche se è da migliorare. Ecco la prospettiva futura, la sfida da vincere, nell’ottica che non si può pretendere i propri diritti se non li si conosce.

Le esigenze di tutela dei diritti umani” è il titolo della lectio magistralis di Shirin Ebadi, prima donna iraniana magistrato, da sempre impegnata nella difesa di imputati politici – attività che le è valsa una serie di condanne e restrizioni attuate dal governo iraniano -, creatrice del “Center for the Defenders of the Human Rights” (chiuso dopo 5 anni dalle forze governative) e del “Centre for Supporters of Human Rights” a Londra dove si è trasferita nel 2009. Coraggiosa nella sua lotta per la tutela dei diritti umani, in particolare di donne e bambini, da musulmana non ritiene l’Islam un ostacolo alla loro promozione. Nonviolenta, crede nella forza del dialogo e in un potere politico basato su elezioni democratiche.

In primo luogo Shirin Ebadi si sofferma sulla strumentalizzazione della religione da parte di regimi non democratici islamici come l’Iran e l’Arabia Saudita e di gruppi terroristici quali i talebani e l’Isis: l’Islam diventa un alibi per la sistematica violazione dei diritti umani. Basti pensare all’Isis che in una città conquistata vende le donne al prezzo di un pacchetto di sigarette – “l’umanità è caduta così tanto in basso”, afferma Shirin con sdegno. E dopo la Rivoluzione islamica del 1979 in Iran sono state varate norme “orrende” soprattutto per la condizione femminile: una donna adulterina è lapidata, a un ladro sono tagliate le mani.

Da giurista musulmana ribadisce che l’Islam non può costituire un alibi poiché, come altre religioni, presenta diverse possibili interpretazioni. Il vero problema risiede nella democraticità o meno dei Paesi: basta guardare là dove vi sono interpretazioni moderne dell’Islam e la situazione dei diritti umani è molto differente – Tunisia, Marocco, Indonesia, Malesia. Nei regimi autocratici islamici le questioni più drammatiche riguardano la punibilità dei musulmani non ligi alla Sharia e le pene disumane in caso di violazione di una legge. In realtà si può mutare le leggi senza snaturarle, rendendole più umane e al passo con i tempi: se un tempo anche in Europa vigeva la “legge del taglione” questa ora è stata sostituita dal sistema carcerario di cui forse un giorno non vi sarà più bisogno. Le leggi mutano nel tempo e nello spazio e l’Islam può collegarsi a tale evoluzione in un contesto democratico di Stato di diritto.

Infine, Shirin Ebadi fa delle considerazioni sull’Isis che non è soltanto un gruppo terroristico: ha un’ideologia errata e in quanto tale non può essere eliminato con dei bombardamenti. Non bisogna ripetere gli errori commessi in passato – “i talebani sono stati bombardati, e oggi si sono estinti? No, sono sempre più forti e numerosi e chi fa parte dell’Isis proviene da loro, pensa e agisce come loro”. La conclusione della giurista è una riflessione a carattere profondamente pacifista e culturale incentrata sull’importanza della buona informazione e dell’educazione per sconfiggere ignoranza e paura e diffondere la tutela dei diritti umani. “Invece delle bombe buttate libri sull’Isis!”, “sostenete i musulmani moderati, non date voce solo all’Isis”. E, ancora, “insegnate i diritti umani come materia nelle scuole elementari!” perché essi non sono “soltanto belle parole sui libri, ma una cultura da insegnare ai popoli”. E sarà allora che i diritti umani avranno un futuro.