Di Stefano Schmidt

Se durante l’atterraggio all’aeroporto di Urgench – in Uzbekistan occidentale – si avesse la fortuna di un posto accanto al finestrino e se, messi in tali condizioni, si avesse la voglia di guardare fuori, se ne resterà ben sorpresi. Verde a vista d’occhio. Verrebbe quasi da pensare di stare atterrando a Manaus. L’impressione è confermata appena scesi dall’aereo: i prati che costeggiano la pista fanno invidia alla regina Elisabetta, irrigati con acqua limpida, quasi di ghiacciaio. Usciti dall’aeroporto, saliti in macchina, si possono ammirare palme, alberi vari, altri prati e piantagioni di cotone.

Ciononostante non è un verde senza confini: chi avesse cominciato a osservare il paesaggio dal finestrino abbastanza presto, avrebbe visto il verde amazzonico finire di netto in un giallo Sahara. E inoltre avrebbe notato che il verde era disposto nel giallo come un nastro sul pavimento e al centro del nastro c’era una piccola strisciolina azzurra da cui si dipanavano tante striscioline azzurre più sottili. Il panorama si spiega in un’unica parola: irrigazione. Una pianura desertica nella steppa dell’Asia centrale è irrigata tramite una fitta rete di canali che si dipanano dall’Amu Darya – un enorme fiume che scende direttamente dai ghiacciai del Pamir – e trasformata in una pianura coltivabile. E fin qui nulla di strano: è da quando l’uomo si è evoluto dalla scimmia che coltiva nei territori più impensabili e allo scopo devia fiumi e sposta acque. Solo che qui l’uomo ha un po’ esagerato e per coltivare cotone e soddisfare alle sue mille necessità ha svuotato il lago d’Aral.

Negli anni Cinquanta un qualche pianificatore sovietico ha deciso che la zona doveva essere interamente dedicata alla coltivazione del cotone e così sono stati avviati colossali lavori di canalizzazione dell’Amu Darya e del Syr Darya, i due principali immissari del lago. La superficie coltivata nel bacino idrografico del lago è passata da 4,5 mln di ettari nel 1960 a 7 milioni di ettari nel 1980 con un prelievo di acqua dal fiume che è passato 64,7 km3 nel 1960 a 120 km3 nel 1980. Nel 1990 affluiva solamente il 13% dell’acqua che vi arrivava nel 1959. Tradotto: l’Amu Darya e il Syr Darya alla loro foce nel lago d’Aral non esistono più.

L’abbassamento del fiume – almeno per un turista come me – non si sente nei pressi di Urgench né nei 400 km che separano Urgench da Moynaq, una città sulle rive dell’ex lago d’Aral. Una vegetazione lussureggiante costeggia il fiume e centinaia di villaggi sorgono in mezzo a campi coltivati e a stradine ombreggiate percorse da pittoreschi carretti carichi di paglia trascinati da buoi o asini. Il tutto ha un’aria di prosperità innocente e serena che nulla fa presagire della catastrofe distante solo qualche centinaio di chilometri: cotone, cotone e ancora cotone.

aral

Solamente quando il livello del fiume si fa decisamente basso, i canali e la vegetazione scompaiono e la strada che porta a Moynaq diventa una pista sconnessa in mezzo a una pianura arsa dal sole. Qualche albero sopravvive ma si tratta di alberelli striminziti, bassi e provati dal caldo, ben lontani dalla vegetazione rigogliosa che cresce attorno all’Amu Darya. La strada porta direttamente a quello che un tempo era un grande centro industriale abitato da 150.000 persone: il principale porto sul lago d’Aral. Nel corso degli anni Sessanta si era sviluppata una fiorente industria ittica in grado di pescare e inscatolare da 25 a 40 mila tonnellate di pesce all’anno. I video d’epoca che si vedono sono strabilianti: barconi che si inerpicano in cima a ondoni, migliaia di pesci intrappolati nelle reti e centinaia di donne addette alla pulizia del pesce, alla sua lavorazione e alla successiva inscatolazione. Un’industria colossale.

Oggi di tutto questo rimane ben poco: un cartello di benvenuto a Moynaq raffigurante un pesce sorridente, una via fantasma spazzata dal sole e dal vento e un’immensa distesa di sabbia. È agghiacciante: in fondo alla strada principale di Moynaq si giunge su una lingua di terra leggermente rialzata rispetto alla pianura sottostante: un tempo quello era un promontorio sul lago. Oggi è una collinetta su un’immensa piana desertica. Fa venire i brividi: deserto, deserto rovente a vista d’occhio, caldo soffocante. Si arriva su una terrazza: quella che un tempo doveva essere una spiaggia o una scogliera, oggi è un terrificante affaccio sul deserto. C’è un monumento a non so cosa – forse ai caduti della prima guerra mondiale – e un cartello che spiega il disastro del lago d’Aral. Da una superficie di 66,1 mila kmq con un volume di 1064 km3 prima del 1961 si è passati a una superficie di 12,1 mila kmq nel 2010 con un volume 110 km3: in cinquant’anni la superficie lago si è ridotto di circa l’81% e il suo volume di quasi il 90%. Oggi quel che rimane del lago si trova a 200 km da Moynaq ed è raggiungibile in tre ore di jeep su una pista sconnessa. Il crollo di Moynaq va di pari passo con il prosciugamento del lago: nel 1979 vengono sospese le attività di pesca; nel 1984 cessa ogni attività industriale. Moynaq è morta: oggi rimangono solamente 18 mila abitanti, perlopiù vecchi che accudiscono i figli di genitori andati altrove a lavorare. E in più la situazione sanitaria è drammatica. Il clima è cambiato e da mite che era è diventato continentale: estati torride, inverni secchi e venti che portano in giro sabbia salata (il tasso di salinità del lago è 100-110 g/l, dieci volte il tasso degli anni Sessanta). Il numero di tumori, tubercolosi, malattie epatiche e polmonari è esorbitante.


Continua…