Di Simone Belletti

Il quattro novembre si è svolto presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università Statale l’evento “Il ruolo dell’attivismo internazionale in Palestina e pratiche di resistenza non violenta” organizzato da ASSP Unimi   dove l’attivista Vittorio Fera ha portato la sua testimonianza.

Noi dello Sbuffo siamo andati a sentirla e ve la raccontiamo.

Ilaria Zambelli, di Casa per la pace Milano, ha introdotto l’argomento dell’attivismo internazionale illustrando i metodi e principi che ispirano il ruolo degli operatori civili di pace nei teatri di guerra.

Tali figure si occupano, tramite azioni civili non armate, non violente, di mediare, in qualità di terza parte, tra gli attori locali allo scopo di prevenire o trasformare il conflitto.

La finalità di questo tipo di attivismo è fare resistenza attiva contro la violenza senza cadere nella spirale disumanizzante di quest’ultima.

A seguire, l’intervento di Vittorio Fera di International Solidarity Movement, associazione solidale con la causa palestinese che ha testimoniato la sua attività di operatore civile non violento nei quattro mesi trascorsi a Hebron.

La città di Hebron è una zona particolarmente problematica, dal ‘97 la città è divisa in due aree: Hebron 2 sotto il controllo israeliano e Hebron 1 sotto il controllo palestinese.

La convivenza tra Palestinesi e Israeliani nella prima è motivo di continue forti tensioni.

La testimonianza di Vittoria Fera ha riguardato appunto la difficile situazione quotidiana degli abitanti palestinesi.

L’intervento, supportato da filmati girati a Hebron dagli attivisti, ha assunto da subito toni molto duri. Fera denuncia l’operato dell’esercito, irrispettoso dei diritti civili, ma più di tutti il comportamento dei coloni israeliani: si tratta di  ebrei estremisti, fanatici ultra religiosi che, riconoscendo in Hebron il luogo di sepoltura di Abramo, ne rivendicano il controllo.

Fera sottolinea energicamente come i coloni siano impegnati in una campagna di continue vessazioni e provocazioni che i militari israeliani sembrano non essere intenzionati ad arginare.

Si sente nelle sue parole lo sgomento e la rabbia per l’impotenza davanti ai soprusi quotidiani, un portato scontato di un controllo del territorio che sconfina  nello stato di polizia.

Gli estenuanti controlli ai check point che possono prolungarsi per ore, le condizioni estremamente dure e poco garantiste degli arresti esasperano i sentimenti degli abitanti palestinesi che vedono la presenza israeliana come un’occupazione autoritaria e repressiva.

Davanti ad un simile scenario il ruolo degli attivisti è chiaramente limitato, le principali attività sono il monitoraggio delle violazioni dei diritti civili e l’interposizione non violenta.

La sola presenza di testimoni con passaporti internazionali a volte è un efficace deterrente: alcune violazioni sono state effettivamente interrotte dalle rimostranze degli attivisti.

Ma per quanto il passaporto li possa proteggere quella degli operatori internazionali non è un’attività esente da rischi: lo stesso oratore ha provato in prima persona le condizioni d’arresto  violente e intimidatorie, di certo più indulgenti di quelle riservate a chi non è un operatore internazionale.

E’ stato poi brevemente esposto, come esempio di strumento di lotta non violenta, il progetto BDS  che ha l’obiettivo di isolare lo Stato d’Israele a livello internazionale, proposta di certo molto forte.

A conclusione dell’intervento, Vittorio Fera ha voluto sottolineare, forse a scanso di accuse di semplificazione,  che in questo conflitto vi è una netta sproporzione nella forza delle parti in conflitto e che lui ritiene giusto schierarsi dalla parte del più debole.

Credo che in tali parole si possano scorgere le sue convinzioni e le sue scelte.

E’ chiaro come questa sia una questione enormemente complessa con cui la nostra generazione deve confrontarsi, e come ogni punto di vista sia una visione parziale di un mosaico molto più grande.

Questa riunione è stata un invito a riflettere, oltre che sulla difficile situazione israeliano-palestinese (su cui ognuno avrà il proprio, legittimo, punto di vista), anche sul possibile ruolo degli operatori internazionali e dei metodi non violenti in un simile scenario.

 

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