La discutibile vittoria di Airbnb al Referendum di San Francisco

Di Elisa Navarra

Si avvicina il periodo delle vacanze natalizie, e quanti, nello scegliere il luogo del soggiorno, non hanno mai “gettato un click” anche su Airbnb? Il booking online sta avendo sempre più la meglio sugli alloggi tradizionali, e la startup ha vinto ancora, a San Francisco il 3 novembre, anche se questa volta il margine è stato solo del 5%.

Saltata agli occhi come la “Riforma contro Airbnb”, la Proposition F si rivolgeva in realtà a tutte le aziende del settore, tra le quali Homeaway, Urbo e Flipkey. Il referendum si proponeva di fissare un massimo 75 notti d’affitto l’anno, contro le 90 attualmente in vigore nel caso di assenza del proprietario ed il no limits in sua presenza. Ad incrementare inoltre la regolamentazione, obblighi di fornire resoconti periodici e possibilità per organizzazioni e privati di fare causa.

A combattere in prima fila per il Referendum la San francisco tenants Union (rappresentativa degli inquilini della città) con 300 mila dollari raccolti in donazioni in una mano, e nell’altra l’accusa contro i rent sharing di aver costretto gli affittuari a trasferirsi fuori dalla città per carenza di offerta di affitti a lungo termine, accentuando così ulteriormente la crisi del mercato immobiliare. Crisi che fa sì che la questione delle Sharing Economies vada inserita, nel caso di San Francisco, all’interno di un quadro un po’ più ampio: la Proposition F è difatti solo uno dei 5 referendum che, sugli 11 proposti alla Giunta Comunale di martedì scorso, hanno affrontato il problema dell’eccessivo costo delle case nella città californiana ( tra questi è stata approvata la più significativo Proposition A, la quale prevede l’investimento da parte della città di 310 milioni di dollari in nuove abitazioni popolari).

Fermamente contrari all’approvazione della Proposition F, invece, le startups tratte in causa, nonché tutti coloro per i quali Airbnb costituisce un semplice e comodo strumento per arrotondare lo stipendio.

Ad aver scelto per San Francisco sembrerebbero stati dunque i proprietari, non gli inquilini; ed ancora una volta a prevalere è un motivo economico in tempo di crisi. Quanto può dunque dirsi soddisfatta la città del risultato raggiunto? Quanto le gioverà la concorrenza delle emergenti Sharing Economies? L’invisibile margine del 5% solleva molti punti interrogativi, soprattutto alla luce della campagna imperiale condotta da Airbnb nei giorni precedenti il Referendum.

La piattaforma ha infatti contribuito per ben 8 milioni di dollari alla campagna elettorale (su un investimento totale di 8,3 milioni), contattando tutti i 138 mila clienti dello scorso anno residenti nella città, nonché rivestendo San Francisco di manifesti in cui si consigliava come spendere meglio i soldi provenienti dalle tasse pagate da Airbnb. Aumento restrizioni, meno soldi che Airbnb versa alla città, in sintesi. Un approccio quasi aggressivo che non rientra nella sua policy di servizi amichevoli, e per il quale le critiche non sono certo mancate.

La vittoria del No, che non avrebbe dovuto portare ad altro che ad un nulla di fatto, ha invece aperto le porte ad un più ampio dibattito sulle Sharing Economies. Un fenomeno in divampante esplosione, non solo nel settore immobiliare, e più per motivi di necessità che di sviluppo verrebbe da dire. Fondata a San Francisco 5 anni fa Airbnb ha più di 1,5 milioni di annunci in 34 000 città e 90 paesi, con 80 milioni di pernottamenti previsti per la fine dell’anno.  Ma Airbnb non è l’unica ad aver sfruttato il modello fondato sull’uso e affitto di un oggetto più che sul possesso. Il successo di Uber, BlaBla Car, Cartogo (Apps per la condivisione di viaggi in automobile) scaturisce dagli stessi ingredienti: facile accessibilità e costi ridotti. Ma dove si nascondono i guadagni della società? Punto di forza nonché requisito essenziale è l’elevato numero di utenti. E non solo in relazione ad un intento di marketing e pubblicizzazione, ma per una semplice e pure questione economica di gestione dei rischi. In un modello in cui un’unica proprietà intesa come responsabilità diretta dei servizi non sembra esistere, gli eventuali shock della domanda sono distribuiti tra i singoli, lungo la catena di creazione del valore. Così Airbnb, con poco più di 600 dipendenti, è ad oggi valutata più di Marriott, Starwood o Wyndham, 25 miliardi e mezzo di dollari per intendersi.

Non stupisce allora che il New York Times si riferisca alla promettente startup come ad un “hotel illegale”, ribadendo che nel caso di San Francisco << ci sono buone ragioni perché il governo regoli gli alloggi>>, con leggi che separino lo sviluppo alberghiero da quello residenziale.

E allora questo colosso emergente, nell’estendere i propri rami non può che fare i conti con la foresta circostante: da un lato la riduzione dei costi, i profitti extra; dall’altro l’urgente esigenza di una più stretta regolamentazione, che in Germania ha già portato a dichiarare illegale Uber.

 

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