Di Silvia Carbone

Dal 22 al 25 ottobre scorso, a Milano, libri e cultura sono stati i protagonisti delle numerose iniziative legate alla manifestazione Bookcity.

Al teatro Franco Parenti Mario Pigazzini, psicologo e psicoanalista, ha presentato, nell’ambito di Bookcity, la sua opera “Freud va all’Inferno”.

Pigazzini ha descritto la Commedia di Dante come la prima grande autoanalisi della letteratura e ha dichiarato di usare quotidianamente Dante negli incontri coi suoi pazienti.

Nella sua opera in sei volumi propone la lettura dell’intera cantica dell’Inferno attraverso gli strumenti della psicoanalisi, sottolineando le numerose analogie tra il percorso infernale di Dante e le sofferenze esistenziali dell’Uomo.

L’uomo contemporaneo, scrive Pigazzini nell’Introduzione al primo volume, “si sta domandando quale sarà il suo futuro: si configurerà come un nuovo Umanesimo arricchito dalle acquisizioni scientifiche, grazie a un ulteriore superamento delle ambigue premesse della pre-civilizzazione e attraverso il percorso intrapreso con slancio al termine della quiete medievale, oppure, con un falso rinnovamento radicale, idealizzerà quell’Io/Sé che, tiranno tanto assoluto quanto indifferente a tutto ciò che chiama in causa una sua diretta rinuncia e responsabilità, lo riporterà a quell’ homo hominis lupus, a quell’avidità e bramosia che rifiuta ogni condivisione e molte genti fè già viver grame (Inferno, I, 51), come ha già sperimentato con le dittature politiche, militari ed economiche del ventesimo secolo?”

Nei suoi trent’anni di lavoro clinico, Mario Pigazzini ha visto crescere sempre di più la richiesta di aiuto nella ricerca per l’attribuzione di un senso al proprio cammino. Pensa che Dante possa essere “una guida schietta, affidabile, sicura”, capace di rispondere anche alle domande dell’uomo contemporaneo.

Guardiamo al primo canto, al celeberrimo incipit:

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

che la diritta via era smarrita.

Si tratta esattamente della situazione del paziente che arriva a rivolgersi alla psicoterapia: perso, angosciato, senza speranza, davanti a una vita tanto amara che quasi le preferirebbe la morte.

Per uscire da questa condizione ha bisogno di una guida. Per Dante, questa è Virgilio:

 

E poi che la sua man alla mia pose,

con lieto volto, ond’io mi confortai,

mi mise dentro alle segrete cose.

(Inferno, III, 19-21)

In questo “prendere per mano” c’è tutta la dimensione umana della psicoterapia: la psicanalisi non si fa senza amore, partecipazione empatica.

Una caratteristica dell’atteggiamento di Dante verso i dannati è la pìetas, la capacità di accostarsi con compassione ai sentimenti delle persone, usando uno sguardo che, come quello dell’analista “si astiene dalla superficialità dell’esteriore e del visibile, ma che si immerge nelle acque profonde dell’inconscio invisibile, oscuro e torbido”.

I memorabili personaggi dell’Inferno dantesco sono infatti comparse nel macrocosmo della condizione umana: “Se lo sguardo si ferma su di loro è per un momento, il tempo di chiederci se stiamo percorrendo lo stesso ingannevole cammino, per ritrovare la pietà naturale che alberga in noi verso ogni abitante della condizione umana; la misericordia divina è in primis la nostra comprensione/compassione per i concittadini di questa umana, molto umana, realtà che ci accomuna.”

Proprio perché rappresenta, in modo ancora sorprendentemente attuale, una realtà che ci accomuna, la Commedia può incoraggiare il pensare riflessivo e introspettivo, e aiutarci a sfuggire ai tranelli dell’auto-inganno. È un peccato che resti tanto spesso relegata ai banchi di scuola, quando potrebbe essere usata come un manuale di vita quotidiana.


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