Di Serena Riva

Il bagno è saturo di vapore, ma io resto a fissarmi davanti allo specchio, fantasma di me stessa.

Chiudo gli occhi e vago nel nulla.

Mia madre mi diceva sempre che, quando avevo paura, bastava che chiudessi gli occhi e pensassi alle cose belle e tutto spariva. Ci sto provando mamma, ma le cose belle si sono nascoste, le cose belle sono state cancellate da quelle cattive, dal buio denso.

E il buio mi trova sempre. Mi trova sempre, mamma.

Porta un nome che ho amato, che ho sognato di poter pronunciare. Porta nome di chi aveva promesso, con così tanto ardore, di amarmi e proteggermi.

Il buio delle parole pregne d’odio che traboccano dai lati delle labbra che con tanta passione mi baciavano.  E la cosa che fa male, davvero, è che quelle stesse labbra mi baciano ancora e mi riempiono di scuse e mi promettono tante cose, ancora. Ancora.

Una lacrime solitaria scende sulla mia guancia arrossata.

Entro in doccia e lascio che l’acqua mi scorra addosso, che provi a lavare via il disgusto.

Sono così stanca. Stanca di lottare una guerra che ho già perso e che perdo ogni volta. Stanca di provare a difendermi, stanca di provare stanchezza.

Inerme, lascio che l’acqua provi a scaldarmi, ma il calore non arriva. Non arriva mai.

Denuncialo, mi hanno detto. E l’ho fatto.

Ma lui è tornato. Torna sempre.

E dopo avermi massacrato per ore, dopo aver distrutto ogni bel ricordo, dopo aver gettato fango sull’amore che aveva declamato, che aveva costruito, che aveva donato, torna con parole dolci con regali e con scuse vane, vuote. Vuote come me.

Non posso vincere. Lui ha tutto, mi ha sempre.

All’inizio urlavo, piangevo, gridavo, imploravo. Ora non ne ho la forza e ne ho capito l’inutilità.

Lascio che si sfoghi, lascio che faccia ciò che deve fare. Non ha senso, ormai, combattere.

Lui vince sempre.

Le sue belle mani che mi hanno così tante volte accarezzato, consolato, amato, sono le stesse che mi hanno denigrato, schiaffeggiato, derubato della mia dignità, del rispetto.

Me l’avevano detto di stare attenta, che lui era un tipo strano, un po’ iroso. Ma io me n’ero innamorata, quando quel giorno ci siamo incontrati in quel bel locale. Quando mi sorrideva e mi riempiva di complimenti.

Ho ceduto alle sue lusinghe, alle sue promesse di bei sogni, ma ora i sogni han lasciato il posto all’amara verità di una prigione senza via d’uscita. Una prigione fatta di rose e schiaffi.

Mi accascio sul fondo della doccia, mi siedo sul marmo freddo. Mi abbraccio le gambe, anche se quel movimento mi provoca fitte dolorose ovunque.

Lascio che il tempo si dilati, scandito dalle gocce che cadono dai miei capelli che mi coprono la fronte.

Chiudi gli occhi e pensa alle cose belle.

Nella mia memoria non ne trovo, vedo solo un gran buio.

Forse è arrivato il momento di farla finita.

Ci sarebbe un modo per far smettere tutto, per far smettere l’umiliazione, il disgusto, il dolore, le lacrime e la sofferenza. Un modo.

Dopo quattro anni di questo tormento, voglio solo che tutto cessi. Ora. Adesso.

Mi alzo, precaria sulle mie gambe molli.

Mi avvolgo intorno al corpo martoriato, l’accappatoio morbido, che stride con la ruvidezza della mia pelle e delle mie emozioni.

Mi guardo di nuovo allo specchio, concentrandomi sugli occhi chiari, sfiniti, sfibrati, spenti.

È davvero questo quello che voglio? 

È l’unico modo. Non c’è scelta. Voglio che tutto questo smetta.

Non sono adatta a questa vita. Ho le ossa fragili, i nervi instabili. Il cuore troppo piccolo.

La mia esistenza è basata su scuse e insulti.

Basta! Ora basta!

Mi vesto lentamente, troppo lentamente.

Il ticchettio dell’orologio è inquietante. E il tempo sembra essersi fermato.

Mi friziono delicatamente i capelli, li pettino e li lego.

Apro l’antina dell’armadietto dei medicinali, prendo un antidolorifico.

Vado in stanza e sistemo le mie cose. Preparo la valigia con tutto ciò che possiedo.

Quante volte sono scappata da questa casa, da questa città. Mi ha sempre trovato. Mi ha sempre riportato al punto di partenza.

Ma questa volta sarà diverso.

Mi accosto alla cassettiera e guardo la borsetta che è appoggiata, innocua, sopra di esso.

La serratura della porta di ingresso scatta.

-Amore, sono tornato. Ascolta, scusami per ieri sera. Davvero, lo sai che ti amo. – Silenzio.

Chiudo gli occhi.

Le solite scuse. Le solite parole.

-Amore.. Lo sai che io senza di te sono perso.- Lo sento camminare per la casa, cercandomi.

Prendo la borsetta e la apro. Tiro fuori il suo contenuto terrificate.

La bile mi sale nell’esofago.

La pistola di contrabbando, una Beretta calibro 9, luccica spaventosa, tra le mie mani tremanti.

Lo sento entrare nella stanza. -Eccoti, finalmente! – Appoggia qualcosa sul letto, deve essere l’ennesimo mazzo di rose. -Non ti trovavo. Vuoi farmi spaventare.- Sento il suo sorriso sarcastico che gli increspa le labbra. L’odore di sudore e cenere, mi arriva alle narici.

Nascondo l’arma all’altezza della vita.

Lui mi abbraccia da dietro.-Amore mio, scusami. Lo sai che ti amo immensamente.-

Un’altra lacrima scappa al mio controllo.

Mi giro stretta nel suo abbraccio senza staccarmi da lui.

Non si accorge di nulla.

Lo guardo e gli faccio un sorriso tirato, mentre i suoi occhi adoranti mi guardano.

Mi accarezza il viso. Si abbassa e preme le sue labbra contro le mie. Le sue labbra ruvide. Le sue labbra dannate.

Schiaccio la canna della pistola sul suo stomaco e premo il grilletto, mentre ora piango senza trattenermi.

Il rumore è assordante. I suoi occhi sono sconvolgenti. Oscenamente aperti.

Si scosta da me, traballando sui suoi piedi. Sorpreso e dolorante.

Ora, il suo sguardo è pieno d’odio. Biascica qualcosa, ma fa fatica a parlare.

Infine, mentre il sangue comincia ad uscire dalla ferita, riesco a sentire un “Puttana.” bisbigliato.

Poi cade per terra e io lascio andare l’arma maledetta, che mi terrorizza, mentre i singhiozzi mi sconquassano il corpo.

Piango, urlo, piango. Non so se per la liberazione o la disperazione.

Il dolore che sento in mezzo al petto è peggio di qualunque sofferenza che avessi mai provato.

Un pungo intorno al cuore e il respiro spezzato e pensante.

Cado sulle ginocchia, le gambe hanno ceduto.

Mi trascino verso di lui, mentre sento i suoi ultimi spasmi e il gorgoglio della trachea invasa dal sangue.

Guarda il soffitto e si preme la mano sulla ferita, mentre il sangue sgorga e imbratta il pavimento.

Piango, piango ancora.

Lo raggiungo e gli accarezzo il volto, quel volto che ho così tanto amato. Disperatamente e maledettamente amato. Prendo il cordless e compongo il numero della polizia.

Sono lacerata dal dolore e dal rammarico. Dilaniata dalla sofferenza di aver ammazzato il mio unico amore. La mia ragione di vita e la mia ragione di morte.

Dovevo farlo. Mi avresti ammazzato, amore mio. E ci sei andato così vicino, ultimamente.

Perdonami.

Al telefono la receptionist della polizia ha risposto e mi pone domande a cui non rispondo.

Il suo respiro è sempre più irregolare.

Gli bacio le labbra tanto adorate.

-Ti amo anche io.- Bisbiglio.

Sorride. Si, l’amore mio sorride.

E poi chiude gli occhi e spira.

Libero. Libera.

Liberi.

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