di Elisabetta Stringhi

“Umani a Milano” (UAM) è un progetto fotografico e narrativo a carattere culturale e sociale (presente anche come pagina su Facebook) il cui obiettivo è quello di raccontare Milano e i suoi abitanti. Come? Riprendendo lo stile della celebre pagina Facebook “Humans of New York” (HONY) inventato da Brandon Stanton: fotografia con sguardo in camera accompagnata da una didascalia, la storia del soggetto. Il 16 settembre alle ore 18 è stata inaugurata un’installazione di UAM in Darsena, composta da una trentina di fotografie, che durerà fino a novembre – se mai passerete per viale Gorizia lasciatevi attrarre dai volti umani milanesi e dalle loro storie, non ve ne pentirete! Per l’occasione ho intervistato (e fotografato!) il padre di UAM, Stefano D’Andrea.

Cosa c’è alla base del progetto UAM?

La fiducia ovviamente, perché la persona che fotografo e a cui chiedo delle parole non sa esattamente cosa sia questo progetto. Poiché la incontro per caso potrebbe pensare a qualsiasi cosa, come a un uso distorto della sua immagine da parte mia poi. Mettersi in posa con lo sguardo in macchina e farsi fare un ritratto non è una cosa da tutti. Io stesso non sono sicuro che lo farei di fronte a una persona sconosciuta. Però io arrivo con il sorriso, dicendo chi sono, come possono rintracciarmi e che non voglio sapere nulla di loro, né nomi né niente. Semplicemente chiedo loro la disponibilità a partecipare a questo progetto che vive da un po’ e a cui molte persone hanno già aderito. La loro fiducia è questa. La mia nei loro confronti è che non mi pongano dei problemi quando avrò fatto quello che avrei detto che avrei fatto.

Quindi non hai mai avuto problemi legali?

Per fortuna no, anche perché non è un’attività a scopo di lucro, quindi nessuno può dirmi “hai guadagnato con la mia faccia”. Inoltre c’è anche il fatto che questo è un progetto culturale, sociale, di racconto. Poi se a una persona non piace come è venuta in foto, basta che mi scriva e la tolgo dopo due secondi, Internet consente anche questo – mi è già capitato. Per un libro sarebbe e sarà diverso perché ci sarà anche bisogno di liberatorie, insomma è un altro discorso.

Quando e come è nata l’idea dell’installazione in Darsena?

Ormai è da più di tre anni che realizzo UAM, e ogni anno cerco di avere un momento in cui aggregare tutte le persone che stimano il lavoro che faccio e che si sentono un po’ rappresentati. Mi piace l’idea di raccontare Milano attraverso le facce dei milanesi, e lo faccio attraverso un’installazione, una mostra che non è un progetto fotografico. UAM si serve della fotografia e della parola come strumenti di narrazione, non è solo una mostra fotografica: usa le fotografie ma in maniera anche un po’ divertente, quindi meglio metterne poche ma gigantesche anziché tantissime… Tanto possono essere tutte trovate sulla pagina Facebook, se uno desidera vedere le mille facce di Milano va lì e le trova. Questa installazione è un modo per dire “però guarda, non me lo immaginavo che quella faccia con quella storia fosse proprio milanese!” – e invece lo è! Attratto da quello poi uno va a vedersi la pagina e il lavoro che faccio ogni giorno.

Bella la location tra l’altro, la Darsena.

La Darsena! E’ un posto nuovo, bello e oltretutto è una zona che ha dato davvero un bicchiere d’acqua a un assetato, l’acqua di cui Milano ha bisogno, che ha avuto finché non gliel’hanno tolta e che è tornata. E tornando lei, sono tornate anche le persone attorno ad essa per vivere la città in maniera anche più comunitaria in questa zona, in una piazza che non c’era, lungo un viale in cui si passeggia, dove non c’è nient’altro che spazio e acqua. Sulla Darsena non ci sono negozi, o forse potrebbero esserci… ma di fatto è bastato mettere uno specchio d’acqua, un pezzo d’asfalto e la gente era felice. Vuol dire che ne aveva proprio bisogno, no? E da questo punto di vista questo luogo penso sia un simbolo di rinascita. O più che di rinascita, di opportunità che Milano sfrutta, cioè quella di avere più spazi per vivere.

Tu sei il padre di UAM, ma hai anche dei collaboratori?

Il primo anno andavo da solo in giro con la macchina fotografica. In seguito ci sono stati fotografi che avevano voglia e mi avevano chiesto di venire a fare fotografie insieme e da quel momento in poi è stato bello per me farmi accompagnare da qualcuno che scattasse la fotografia mentre chiacchieravo con la persona. Per questa mostra ci sono fotografie particolarmente belle perché per la maggior parte sono di Paolo Carlini, un fotografo che negli ultimi mesi mi ha sempre seguito con le stesse modalità di UAM, senza mai cambiare il progetto, ma con la sua bravura, la sua professionalità e il suo spirito, togliendo ore al suo lavoro di fotografo professionista per qualche mese perché voleva dare una mano per questo progetto. Così almeno questa installazione ha delle storie sempre interessanti ma scattate un pochettino meglio. Non è un progetto fotografico, ma che ci siano dei fotografi che vogliano partecipare mi fa piacere.

La raccolta fondi per l’installazione qui come è andata?

E’ stata una sorpresa commovente per me vedere che le persone, oltre a gradire questo progetto, erano anche disposte a contribuire per questa installazione che di per sé non farà tornare loro nulla. Siccome questa installazione aveva un costo insostenibile per me avevo chiesto a degli sponsor di partecipare, ma non hanno risposto favorevolmente per vari motivi strani. Invece in seguito ho deciso di fare una sorta di “collettona”: “ragazzi ho questa idea, se vi piace mi aiutate a stampare le foto e installare tutto in sicurezza?”. Sono arrivati oltre 6 mila euro da 190 persone la cui stragrande maggioranza non conosco, molti dei quali hanno anche fatto donazioni anonime, solamente per fare in modo che tutto ciò esistesse. E il fatto che esista a mio parere è un monumento a loro, oltre a coloro che ci hanno messo la faccia per le fotografie. E’ stato molto commovente per me, e poco milanese – ma in realtà molto molto milanese, più milanese di quanto si pensi!

Con UAM hai raccontato un po’ il volto di Milano, che volto è?

E’ come se fossero mille facce, mille volti. La cosa bella è che non esiste un volto unico, un carattere unico come quello descritto simpaticamente dal “Milanese Imbruttito” che è un modo per raccontare il come essere milanese e di vivere la milanesità, tuttavia particolare. Le persone che incontro per strada non corrispondono mai a quella descrizione per le provenienze e i modi di fare più disparati, per le età differenti, hanno comportamenti molto diversi gli uni dagli altri. La varietà è la cosa più bella che abbia rintracciato a Milano e che temevo non ci fosse.

Allora il volto di Milano è questo, caratterizzato dalla varietà?

Sì, in modo non dissimile da altre grandi città che non hanno un grande campanile. Le città italiane, quasi tutte, posseggono una grossa caratterizzazione: è difficile diventare romani se non si è nati a Roma, o diventare napoletani se non si è nati a Napoli, e via dicendo. Tutto sommato a Milano se ci si vive un po’ si diventa milanesi, no? Ma non perché si inizi a parlare milanese o a mangiare risotto, ma perché Milano non ha – ed è un bene per me – una così grande forza di identità e carattere che costringe le persone a sentirsi straniere. Fanno fatica a sentirsi straniere le persone a Milano. Perciò a Milano si scopre che alcuni grandi intellettuali come ad esempio Jannacci sono pugliesi! Poi uno pensa “in realtà è milanese”. E possiamo dire che non sarebbe successa una cosa del genere in maniera inversa: è difficile che il maggior artista leccese sia un milanese trasferitosi a Lecce. Ciò non a causa di una cattiva volontà, ma perché la caratteristica di Milano è quella di essere un luogo di passaggio dove le persone, quando ci stanno, fanno vivere la città.

Te ne sono successe un po’ di tutti colori in questa scoperta dei volti umani di Milano…

Non tantissime in realtà, o perlomeno non drammatiche. In realtà le persone sono più normali di quello che sembrano. Ci sono persone che mi hanno detto di no, persone che mi hanno detto di sì, persone che mi hanno raccontato delle storie, tutte belle, divertenti, piacevoli, per fortuna mai tragiche perché non chiedo mai troppo in profondità alle persone. Come può capitare ci sono state persone che si sono lasciate andare di fronte a uno sconosciuto o persone che sono state anche in imbarazzo, cosa che non voglio creare.

Tuttavia si può leggere tra le varie didascalie della mostra che ti è capitato che uno sconosciuto ti avesse invitato a cena, o un altro ti avesse raccontato di un reato commesso!

Certo, è capitato e le ritengo come cose “umane”! Può capitare a qualcuno di commettere un reato e può capitare a qualcuno di invitare a cena uno sconosciuto. Non capita tutti i giorni, ma sai… se capita, non ci si sorprende così tanto.

L’aneddoto più divertente?

Forse la primissima volta che sono uscito per andare a fotografare persone… Avevo incontrato le persone della foto che tuttora ritengo essere quella più significativa: tre signore su una panchina – le primissime persone a cui ho chiesto di essere fotografate prima che decidessi di fotografare solo una persona alla volta. Erano tre donne che sembravano amiche per la pelle e in realtà si conoscevano da pochissimo tempo. Una arrivava dalla Svizzera, una era di Milano e una proveniva dalla Calabria e stavano in un parchetto, su una panchina a chiacchierare come se fossero amiche da tutta la vita, allora mi era sembrata una situazione veramente di buon auspicio per il progetto.

Vuoi aggiungere ancora qualcosa?

Il bello di UAM è che può andare avanti all’infinito, finché non finiscono gli umani, quindi direi mai. Ciò che faccio io è cercare, uno alla volta, di raccontarne il più possibile.

Grazie per l’intervista! E se ora la facessi io una foto a te?

(Ridendo risponde) Va bene!


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