13 novembre 2018

Io sto con la sposa- Parte 1 di 2

Io sto con la sposa- Parte 1 di 2

Intervista a due dei tre registi di “Io sto con la sposa”, Antonio Augugliaro e Khaled Soliman Al Nassiry


Di Elisabetta Stringhi

Io sto con la sposa è un film-documentario realizzato nel 2013 e un atto di disobbedienza civile: narra il viaggio in auto da Milano a Stoccolma di un gruppo di italiani e 5 profughi siriani e palestinesi che per raggiungere la Svezia dove richiedere asilo politico si fingono un corteo nuziale perché… Chi fermerebbe mai una sposa? Una storia vera e oggi più che mai attuale sul tema dell’immigrazione e del regolamento di Dublino. Ecco l’intervista a due dei tre registi del film nonché “trafficanti” e disobbedienti civili, l’editor e regista Antonio Augugliaro e il poeta e editore Khaled Soliman Al Nassiry.

Che cos’è Io sto con la sposa?

Antonio: Io sto con la sposa è un atto di disobbedienza civile prima di essere un film perché nasce dall’esigenza di fare qualcosa di concreto. L’ho capito quest’anno promuovendolo, non si può cambiare il mondo solo con le idee: bisogna prima cambiare se stessi e automaticamente il mondo intorno cambia.

Come è nato questo progetto?

Khaled: Appena i siriani e i palestinesi sono arrivati in Stazione Centrale a Milano, io, Gabriele Del Grande (l’altro regista, giornalista e scrittore) e il nostro amico Tareq ci vedevamo quasi ogni giorno per aiutarli. Avevano bisogno di informazioni, di ricevere o cambiare soldi, c’erano donne con bambini che da settimane non si lavavano, li abbiamo portati a casa nostra. Una volta ci siamo detti di andare in un’altra stazione, Garibaldi. Lì è arrivato da noi un ragazzo con uno zainetto che aveva sentito che parlavamo arabo e che ci ha chiesto: “da quale binario parte il treno per la Svezia?”. Dopo aver smesso di ridere abbiamo capito subito che era siriano e che aveva sbagliato stazione. Allora abbiamo ascoltato la sua storia.

A.: La storia di Abdallah (lo sposo nel film) è molto forte anche perché era proprio un sopravvissuto al naufragio dell’11 ottobre, fatto che ci aveva colpito tantissimo. Ci ha raccontato una storia incredibile: era stato scambiato per un morto, aveva visto annegare bambini, persone, era stato in mare con loro. La sua storia ci aveva scosso e ci siamo chiesti come aiutarlo. Non ci siamo sentiti di lasciarlo ancora nelle mani di un contrabbandiere in un viaggio della speranza.

K.: Poi io e Gabriele a Milano ci siamo ritrovati a parlare e quando è arrivata l’idea del corteo nuziale ancora non c’era quella del film. Ma quando Gabriele ha incontrato Antonio, lui ha detto che si trattava di una bellissima idea per un film. Da quel momento è cambiato tutto, anche Abdallah e gli altri hanno voluto stare con noi in questo progetto. I nostri cinque protagonisti all’inizio volevano restare solo uno, massimo due giorni in Italia per poi partire, ma volevano parlare, raccontare cosa era successo loro, perciò ci hanno aspettati. E sì, allora è nato tutto.

A.: Nel giro di dieci giorni abbiamo messo insieme la troupe, convocato 23 persone per il corteo nuziale, affittato 4 auto, pianificato il viaggio e scritto una sorta di canovaccio per il film. Il tempo di preparazione e delle riprese è durato dieci giorni, lo shooting quattro, esattamente la durata del viaggio più un giorno prima per la preparazione. Il montaggio invece sei mesi.

Il momento delle riprese deve essere stato molto intenso…

A.: Sì, perché eravamo sempre in viaggio. Anche mettere il materiale girato sul computer e fare il back-up era complicato. Eravamo sempre con la telecamera in mano in posizioni scomodissime nelle auto. E’ stata molto dura, abbiamo dormito tre ore a notte. A un certo punto i tecnici mi hanno detto: “solo perché ci state simpatici, altrimenti…!”.

E invece il momento del montaggio?

A.: E’ stato complicato, ho montato io il film che non so una parola di arabo, per cui abbiamo passato molto tempo a guardare tutto il materiale e tradurlo… Ma anche divertente, abbiamo litigato tantissimo e discusso ogni cut delle scene. Ho imparato tanto da Khaled e Gabriele. La più grande emozione è stata quando abbiamo rivisto il materiale girato nelle altre auto, una volta tornati ne avevamo di molto bello, toccante, divertente. Dopo un paio di mesi che ci lavoravamo è stato bello renderci conto che poteva venire un bellissimo film, anche perché appena tornati non pensavamo assolutamente di avere delle buone riprese. Il direttore della fotografia mi aveva fermato l’ultimo giorno dicendomi che non avevamo nulla di buono in mano. Avevo risposto “resta comunque la bellissima esperienza, non importa”. E invece… E’ stata una bella sorpresa!

Quali sono stati i momenti più intensi dal punto di vista emotivo durante il viaggio?

K.: Tutto il viaggio è stato così, ogni secondo, ogni momento. Non vedete tutto nel film, certo.

A.: Quando abbiamo sbagliato strada! Per sbaglio avevamo impostato il navigatore sull’ultima uscita tra la Germania e la Danimarca per vedere quanto tempo mancava e ci siamo poi dimenticati di aggiornarlo. A un certo punto ci era sembrato strano, ma abbiamo comunque scelto di seguire il navigatore. Ci siamo fermati in mezzo al niente, nell’ultimo paesino di confine e nonostante questo siamo scesi per andare in bagno, comprare le patatine… In quel momento c’è stata tanta tensione perché solo io, Gabriele e Khaled sapevamo cosa stesse succedendo, gli altri erano ignari di tutto. Per non parlare delle telefonate “no non fermatevi, andiamo, non restate lì!”.

K.: E dopo, quando dovevamo prendere l’uscita non l’abbiamo fatto, ce ne siamo accorti dopo centinaia di metri… La scena: cinque auto italiane, ferme, che tornano indietro…

A.: In retromarcia! Abbiamo rischiato di fare un incidente con un camion… A Marsiglia invece è stato meraviglioso perché c’era molta voglia di festeggiare. In quel momento si è costituito il gruppo, Abdallah aveva appena raccontato la sua storia. Tra l’altro il proprietario del locale era di famiglia siriana per cui c’è stato un bello scambio di racconti tra loro. L’alcool scorreva a fiumi, c’era la musica, Manar (uno dei protagonisti e rifugiati, ragazzino palestinese) che cantava, è stato proprio magico. Magico anche quando siamo rientrati a casa. Nel film si vede poco, giusto quando Ahmed (uno dei protagonisti e rifugiati, siriano) esita ubriaco davanti a cinque piani di scale – “cinque piani…? No, lasciatemi qui!”. Di sicuro l’attraversamento dell’ultima frontiera è stato il momento più emozionante ma nel film non si vede: di quel momento non abbiamo le riprese perché siamo scoppiati tutti a piangere, questa scena è uno dei contenuti extra del DVD. Emozionante anche a Copenaghen quando abbiamo litigato perché volevano dividerci per il pernottamento: eravamo una ventina, ogni volta era complicato farsi ospitare. Ma durante il viaggio si era creata una tale energia tra di noi che non volevamo più stare separati, come una grande famiglia.

Da un punto di vista della fotografia come si può descrivere Io sto con la sposa?

A.: Abbiamo girato in esterno con luci naturali e in post-produzione abbiamo messo dei filtri. Ci piaceva rendere questa storia magica, come una fiaba, per cui alcuni colori sono stati un po’ esagerati, saturati.

Il crowdfunding, il segreto del successo di Io sto con la sposa?

A.: Se non avessimo fatto il crowdfunding non avremmo avuto questo successo.

K.: Io, Gabriele e Antonio abbiamo investito ciò che avevamo per il viaggio. Tutti quelli che hanno lavorato per noi lo hanno fatto gratuitamente, sarebbero stati pagati solo se il film fosse stato venduto. Una volta tornati non potevamo andare a chiedere fondi perché si trattava comunque di un progetto illegale… Dopo tutto quello che avevamo fatto, belli belli andavamo in prigione? No, non si poteva. Allora è arrivata l’idea del crowdfunding, non avevamo nulla da perdere quindi abbiamo tentato. Nel giro di due mesi avevamo raccolto 100 mila euro! E’ stato il più grande crowdfunding della storia del cinema italiano e della storia del cinema documentario europeo.

Che fine hanno fatto i protagonisti di Io sto con la sposa?

A.: Abdallah, Mona e Ahmed sono in Svezia e stanno seguendo un programma secondo cui i rifugiati devono frequentare una scuola per imparare la lingua. Inoltre vengono loro proposte tre offerte di lavoro, se le rifiutano perdono i loro benefit, se le accettano continuano a lavorare e studiare. Mona e Ahmed lavorano in un negozio, Abdallah fa il cartongessista, intanto imparano lo svedese. Manar e suo padre invece sono stati rimandati in Italia dove hanno vissuto per un periodo. Stavano in un paesino di periferia vicino a Latina dove non riuscivano a lavorare e Manar non aveva l’insegnante di sostegno. Poi sono riusciti a fare il ricongiungimento familiare con la mamma e i due fratelli e insieme hanno deciso di andare in Germania.

Finora in quante sale e Paesi è stato distribuito e proiettato? E’ stato presentato anche a numerosi festival, per non parlare del Festival del Cinema di Venezia…

A.: Il Festival del Cinema di Venezia è stato il lancio, dopo abbiamo partecipato ad una trentina di altri festival mondiali anche molto importanti. E’ stato distribuito in circa 300 città e ha fatto davvero il giro del mondo: Canada, Spagna, Germania, Svezia, Argentina, tra poco Australia… Inoltre è stata una grandissima conquista proiettarlo in Parlamento Europeo in plenaria con i politici e Abdallah come testimone. Insomma, non è che scriviamo le leggi ma penso che da lì si siano avviate molte cose.

(Continua…)

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