Di Fatima Ismaeil

Le antiche mura del consolato italiano si affacciano con eleganza sul lungomare di Alessandria, a Ramleh, la bandiera tricolore danza sulle note della brezza marina, allungo lo sguardo e all’orizzonte mi appare limpida la sagoma del forte di Quait Bey; c’è un alfa romeo rosso fiamma nel cortile, poco lontano un giovane carabiniere presiede, distinto, l’ingresso.

Il busto di Ungaretti mi guarda bronzeo da un angolo ombroso e mi parla di pluridentità antiche e possibili, nacque e crebbe in Egitto, terra natia che lasciò per l’Italia solo dopo i primi vent’anni di vita.

Il muezzin richiama i fedeli alla preghiera del pomeriggio, la voce acuta e insieme profonda mi racconta una sacralità senza tempo, sussurra al mio cuore la storia di un Patto che ci lega all’ Altissimo, passato e presente si fondono.

Sembra che ogni cosa decida di fermarsi, amalgamandosi alla solennità del momento rituale, il silenzio per un istante avvolge il frastuono dei clacson e la polvere delle strade.

Per un istante tutto sembra finalmente essere equilibrio dentro me.

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