Di Martina Difilo

(Parte 2 di 2)

Negli anni, Mariù ha imparato a convivere con la solitudine creata dal fatto di essere l’unica abitante della città: ogni tanto i figli delle sue sorelle vengono a farle visita, così come qualche amica appartenuta alla sua giovinezza, al tempo in cui in quella città non viveva solo lei.

Ma sono visite sporadiche; la sua quotidianità è composta unicamente da se stessa e dalla sua città. Conosce a memoria ogni via, ogni angolo, ogni ruga ed ogni capello bianco di questa città; non soffre la solitudine, perché la città le parla, le comunica ogni giorno la fatica di essere vecchia e stanca, sensazione che Mariù condivide pienamente.

L’ultima persona che era rimasta a condividere con Mariù quella città era stato suo marito: Carlo non aveva mai avuto problemi a comprendere il motivo per cui sua moglie non riuscisse ad abbandonare quel luogo; Carlo l’aveva sempre capita, come solo un’anima gemella alla propria può fare. Così, anche quando rimasero solo loro due, non oppose resistenza alla volontà di Mariù, per quanto, a differenza della moglie, continuasse a frequentare anche le città vicino, in cui si recava quando la solitudine di quel luogo gli pesava sul cuore.

Dopo la morte di Carlo, le sorelle di Mariù hanno cercato più volte di convincerla a trasferirsi altrove: saperla completamente sola in una città non le faceva stare tranquille, dicevano. Ma Mariù e la sua città erano giunte in quel momento della vita in cui smetti di preoccuparti di cosa pensano le altre persone; Mariù e la sua città vivevano soltanto per loro stesse, tirando avanti giorno per giorno, con la consapevolezza che ogni risveglio potrebbe essere l’ultimo. Quando ti avvicini sempre più al finale smette di interessarti quale sia il pensiero degli altri.

L’edificio che più di tutti ha sofferto lo scorrere di questi ottantacinque anni, è indubbiamente la vecchia scuola superiore, quella frequentata da Mariù durante la sua adolescenza. Spesso Mariù rientra tra quelle mura, a rivivere i ricordi più bella della gioventù. Perché nessuno, andandosene, si è mai premurato di chiudere a chiave gli edifici e questa scoperta per Mariù è stata la sorpresa più bella: passare i pomeriggi seduta nel suo vecchio banco, a leggere e rileggere i libri che l’hanno accompagnata per tutta la vita, è una delle più belle gioie della sua vecchiaia. Certo, la polvere, le finestre che ormai non si chiudono più e il grigio generale che si è diffuso sull’edificio non rendono giustizia al meraviglioso istituto che ha accompagnato Mariù per cinque alla scoperta della conoscenza, ma d’estate quelle aule diventano il luogo più fresco della città.

Tutti i ricordi di Mariù sono racchiusi nei confini di questa città: l’infanzia felice con i suoi genitori e le sue sorelle, gli anni della scuola, l’incontro con Carlo e il loro splendido amore durato sessant’anni; le estati trascorse in biblioteca o nel piccolo parco, gli inverni a pattinare sul laghetto ghiacciato, quella bambina che mise al mondo, ma che non fece in tempo ad amare. Ed è rimanendo ancorata a questi ricordi che Mariù sopporta ogni giorno di svegliarsi sola, di non vedere nessuno anche per settimane. La paura di perderli non le ha mai permesso di abbandonare quel luogo, come se, allontanandosi da lì, questi sarebbero potuti svanire ogni chilometro sempre di più.

Ancorata al passato e ai suoi ricordi, Mariù vive serena e sola in questa vecchia città, che le ha tenuto compagnia per tutta la vita e gliene terrà fino alla fine dei suoi giorni.

Tutti quelli che la conoscono non possono non chiedersi che cosa ne sarà di quella città quando Mariù non ci sarà più.

In molti, in realtà, se la immaginano andare via con lei, accompagnarla nel primo ed ultimo viaggio della sua vita.

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