di Marco Capozzi

Venerdì 22 maggio sono andato al cinema con la mia ragazza per vedere “Youth – La giovinezza”, di Paolo Sorrentino.

Come per “La Grande Bellezza”, anche qui non abbiamo una vera e propria storia, una trama che si dipana, ma un racconto, per lo più visivo, di sensazioni e ricordi di due vecchi amici: Fred Ballinger (Michael Caine), un compositore ormai ritiratosi dall’attività, e Mick Boyle (Harvey Keitel), regista alle prese con la sua “opera-testamento”.

La vicenda è ambientata in un lussuoso hotel sulle Alpi svizzere, dove i due sono in soggiorno. Fred è accompagnato dalla figli-segretaria Lena Ballinger (Rachel Weisz), che verrà lasciata dal fidanzato.

Il regista, divide la critica (e perfino le coppie!) anche con quest’opera: se infatti io l’ho trovata gradevole, la mia ragazza voleva uscire dopo soli dieci minuti!

Quello di Sorrentino è un cinema citazionista, fatto di frasi ad effetto, riflessioni sui massimi sistemi, senza però mai perdere una nota di cinismo e concretezza, che può risultare anche magniloquente; ed è proprio qui che, secondo me, il film perde tensione e grazia, nella sua brama di perfezionismo e volendo essere opera-summa, si perde credibilità e salta il patto regista-spettatore perché riesce difficile immedesimarsi in personaggi che vogliono essere grandi a tutti i costi.

Fred e Mick si ritrovano a fare lunghe passeggiate, parlando dei propri figli, del futuro, del passato e delle memorie perdute e rimaste e la “giovinezza” viene ad essere più che uno stato fisico, uno stato mentale. Sono emblematiche, a tal proposito; due scene: in una Mick, coi suoi giovani assistenti, ad alta quota, fa loro vedere dai binocoli e gli dice che per i giovani il futuro è vicino, per i vecchi il passato è lontano; nell’altra scena un grasso e appesantito Maradona, dopo essersi sfiancato a palleggiare con una pallina da tennis, si rivede da piccolo mentre saltella a suo modo prima della partita. Mick ci dà la definizione della differenza che esiste tra i due “stati mentali”, Maradona ci fa capire che essi sono due “stati mentali”, di prospettiva e infatti Mick, a differenza dell’amico Fred, continua a mettersi in gioco, continua a vedere un domani (almeno fino al tragico epilogo), cosa che il compositore, Fred, recupererà solo alla fine.

La decadenza dei corpi viene a scontrarsi con le prospettive del domani anche a livello visivo, il tutto evidenziato dalla bellissima fotografia di Luca Bigazzi, a metà tra irrealtà (prospettiva del futuro)  e iperrealismo (i corpi ormai logori), tutta tesa a evidenziare le rughe degli anziani, le minime espressioni facciali e tutte le sfumature dei corpi e pronta ad abbandonarsi a scene quasi surreali di anziani che fanno la sauna o che stanno in piscina e a giovani che ballano davanti la wii.

Un’opera del genere divide e dividerà, com’è successo per il precedente film. Mi pare che qui, Sorrentino, si sia fatto trascinare più dalla smania di fare un capolavoro, accompagnandosi ad un manierismo, efficace, ma pretenzioso.


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