di Martina Difilo

 

La pioggia cadeva fitta. Anna procedeva lentamente con la macchina, nonostante il rettilineo fosse quello di tutti i giorni; guidare con la pioggia le metteva sempre agitazione. Non distolse mai lo sguardo dallo strada, se non nel momento in cui colse una figura con la coda dell’occhio, una sagoma umana resa scura dalla notte e ancor più dalla pioggia. Rallentò fino quasi a fermarsi di fianco a quel ragazzo, che procedeva a piedi e con passo deciso e nervoso, con gli occhi rivolti verso il basso, noncurante della pioggia che lo stava bagnando. Si fermò quando fu esattamente di fianco al ragazzo, che doveva aver percorso già molta strada, vista la quantità d’acqua che bagnava i suoi vestiti e i suoi capelli neri.

Non appena lo riconobbe, non poté credere ai suoi occhi. Scese dalla macchina di fretta, bagnandosi a sua volta e urlò un: “Marco?!”, tra l’incredulità e l’agitazione. Marco si voltò, aguzzò la vista per riconoscerla in mezzo alla pioggia battente e borbottò “Lasciami in pace”, allontanandosi.

“Dove vai a piedi con tutta questa pioggia?”. Non aveva alcuna intenzione di lasciarlo in pace.

Marco la ignorò.

“Sali in macchina, per piacere, ti riporto a casa!”.

Marco interruppe i suoi passi, si voltò e, guardandola negli occhi, le disse con fermezza “Proprio il posto in cui sto evitando di andare”.

“Allora ti porto dove vuoi, ma sali in macchina, ti prego! Prometto di non fare domande”.

Ormai anche Anna era fradicia, con l’acqua che dai lunghi capelli le scendeva sulle spalle ed i piedi ormai annegati in una pozza interna alle sue scarpe, ma non aveva alcuna intenzione di lasciarlo lì da solo.

Alla fine, Marco decise di salire in macchina e la seguì, tirando un sospiro di sollievo impercettibile.

Dopo pochi chilometri e tanto silenzio si fermarono sotto casa di lei, lo invitò a salire e bere qualcosa di caldo, attendendo uno scontato “no” come risposta. Marco invece alzò le spalle e la seguì, con la testa bassa e ciondolante. Salendo insieme le scale, Anna si rese conto della differenza tra la scena che stava vivendo in quel momento e quella invece che aveva vissuto innumerevoli volte durante la loro storia d’amore: sono le stesse persone, sulle stesse scale, ma senza l’euforia e la voglia di stare insieme di prima.

Una volta entrati in casa, Anna si procurò due asciugamani, uno per sé e uno per Marco; una volta che si furono asciugati, andò in camera sua per cambiarsi e, tornata in cucina, lo ritrovò ancora seduto al tavolo, con lo sguardo fisso nel vuoto.

“Ti va qualcosa di caldo?” gli chiese, con tono allegro, nel tentativo di spezzare la tensione. Marco fece sì con la testa.

Quando le due tisane furono pronte, si sedettero l’uno di fronte all’altra, accompagnati dal silenzio, che fu spezzato da Anna:

“Posso chiederti cos’è successo? Sembri sconvolto”. Lo disse con voce tramante, perché conosceva Marco e la sua riservatezza.

“Ho litigato coi miei…” rispose lui un po’ spazientito, lasciando trasparire in modo evidente che questa risposta è più ‘dovuta’ che voluta. “…Loro…” i suoi occhi si fecero rossi e Anna riconobbe immediatamente in quel rossore e in quello sguardo un preludio al pianto.

Qualche mese prima lo avrebbe immediatamente abbracciato e consolato, ma in quel momento venne colta da una grande indecisione: non seppe subito come reagire al primo ed unico ragazzo che le avesse mai spezzato il cuore, che piangeva seduto al tavolo della sua cucina poche settimane dopo averla lasciata. Decise però di alzarsi ed andare ad abbracciarlo perché, cuore spezzato o no, provava ancora qualcosa per lui.

Stretto in quell’abbraccio, Marco si lasciò andare ad un pianto a dirotto e ad un fiume di parole, che chiarirono la situazione ad Anna. Erano parole che Anna aveva già ascoltato innumerevoli volte, quando stavano insieme, riguardavano il rapporto di Marco coi suoi genitori, il suo sentirsi sempre inadatto ai loro occhi. Anna cercò di calmarlo, di farlo ragionare, di fargli capire che il loro pretendere si basava unicamente sul fatto che avevano grandi aspettative per lui, per il suo futuro.

Suonò il telefono, Anna rispose e si allontanò per una breve conversazione con sua madre; quando tornò in cucina non trovò Marco, che nel frattempo si era spostato in camera da letto ed era crollato in un sonno profondo. Anna non poté fare a meno di sorridere, guardandolo dormire come un bambino e tornando in cucina rispose nuovamente al suo cellulare.

“Pronto?”. Il numero che era comparso le era parso familiare, ma non era salvato nella sua rubrica.

“Anna? Ciao, sono Matteo, il fratello di Marco”. Anna ebbe un tuffo al cuore. “Scusami se ti disturbo, ma forse puoi aiutarmi… Non riesco a chiamare mio fratello, so che ha discusso coi miei ed ora è irrintracciabile. Tu magari l’hai sentito?”.

Anna si sentì in parte fiera e in parte spaventata. Il fatto che Matteo avesse pensato a lei la inorgoglì: nonostante fosse passato un po’ di tempo dalla rottura con Marco, era evidente che lei fosse ancora un punto di riferimento. Ciononostante ebbe il dubbio di essersi ritrovata in mezzo ad una questione che non la riguardasse.

“Sì, è qui. L’ho incontrato mentre tornavo a casa ed ora sta dormendo”.

“Sveglialo. Passo a prenderlo io”. Il tono di Matteo era spazientito e sollevato allo stesso tempo.

“Non ti preoccupare, può dormire qui per questa sera. Era abbastanza sfinito, non mi va di svegliarlo”.

“E ai miei cosa dico?”. Ora ad innervosirsi fu Anna. Dopo tanti anni passati con Marco, aveva sentito porsi questa domanda ogni volta che organizzavano qualcosa insieme e lui non voleva ammettere ai suoi di avere una ragazza, quasi come fosse una colpa.

“Onestamente questo non credo sia un problema mio. Ciao”. Le dispiacque essere scortese con Matteo, ma quella domanda sempre uguale la spazientì.

Dopo essersi messa il pigiama, prese dalla cabina armadio una coperta, pronta ad andare a dormire sul divano; ma una flebile voce che chiamava il suo nome la fermò:

“Anna… Dormi qui con me?”. Marco alzò leggermente la testa dal cuscino, aprendo un solo occhio. Anna vorrebbe rispondere cento volte “sì”:

“No, Marco, non ti preoccupare, dormirò di là”.

“Per favore”.

Anna non resistette più e si infilò nel letto di fianco a lui. Si ritrovarono a guardarsi negli occhi, sdraiati l’uno di fronte all’altra e Anna cercò di frenare i ricordi, quelli belli, che cercavano di uscire da quell’angolo della sua mente in cui li aveva rinchiusi. Li frenò subito, diede la buonanotte a Marco e si girò sull’altro fianco.

Marco si avvicinò leggermente a lei, fino a quasi posare la bocca sul suo orecchio e le sussurrò quattro parole

“Mi manchi. Ti amo”.

Anna, d’istinto, voleva girarsi, abbracciarlo, baciarlo, farci l’amore. Ma dovette trattenersi, sospirò e chiuse gli occhi, ignorandolo.

Notte. Anna si svegliò, non riuscendo subito a capire se quel braccio che la stava stringendo appartenesse al mondo dei sogni o a quello reale. Mise una mano su quel braccio intorno al suo fianco: era vero. Si voltò e vide Marco, dormiva profondamente, tendendola però stretta a sé. Improvvisamente le tornarono in mente tutti i fatti della sera prima, improvvisamente le tornarono alla mente quelle parole. Ebbe voglia di baciarlo, di nuovo. Si avvicinò lentamente a lui, alla sua bocca e lo svegliò con un bacio leggero, a cui lui rispose con passione, amore ed anche un po’ di odio. Fu un bacio lungo, intenso, un bacio complice della notte, che non esiste alla luce del sole.

“Non credo di averti ancora ringraziata”, le sussurrò.

“Ma per cosa? Chiunque…”

“Per essere come sei”. La interruppe. “Per quanto io cerchi di non pensarci, di andare avanti, di convincermi che stare lontani non può che essere un bene per entrambi, non riesco a smettere di amarti. E il fatto di essere qui, con te, adesso, mi confonde… Non ci hai pensato su due volte a tenermi qui stanotte, come se mi fosse dovuto, quando sappiamo entrambi che non mi devi più nulla, non mi hai mai dovuto nulla di quello che ho preteso negli ultimi anni. Nessun’altra persona al mondo, nella tua posizione, si sarebbe fermata a raccogliermi, mi avrebbe tenuto qui a dormire”. Il suo tono sembrò quasi accusatorio.

“Marco, non ho fatto nulla di speciale, se non ti va di stare qui…”.

“No, non hai capito. Non voglio litigare con te. Io voglio stare con te”.

Anna sgranò gli occhi, il battito del suo cuore accelerò all’improvviso, quell’ultima frase l’aveva confusa. Cercò comunque di mantenere la calma, di non farsi prendere dall’entusiasmo che stava prendendo possesso del suo stomaco, cercò di sedare quelle maledette farfalle:

“Marco, non è il momento di parlarne. Rimettiti a dormire”.

“No. È quello che ho sempre voluto, ma mi sono sempre fatto fermare dalla paura: paura di impegnarmi, di cosa avrebbero detto le altre persone, di quel che avrebbero pensato i miei. Ma non voglio più farmi sopraffare, voglio ricostruire quello che avevamo prima, voglio ancora che sia per sempre”.

Le ultime due parole le provocarono una morsa allo stomaco; lo aveva già sentito pronunciarle, più volte, ma la loro rottura le aveva spazzate via.

“Marco, dormi. Buonanotte”. E si voltò di nuovo, dandogli le spalle.

“Scusami. Sono stato uno stupido, mi sono comportato da stupido nelle ultime settimane. Mi dispiace per tutto il male che ti ho fatto, per averti trattata come non avresti mai meritato. Ma se esiste una possibilità, anche solo vaga, che tu possa tornare indietro, te ne prego, viviamola. Perché io non riesco proprio a figurarmela una vita intera senza di te”.

Anna trattenne le lacrime: ne aveva versate già abbastanza per lui. Cercò di calmarsi, di rallentare il cuore, il respiro, sperò con tutta se stessa che lui non si accorgesse di quell’agitazione. Marco la abbracciò di nuovo, forte e lei non poté fare a meno di lasciare andare quelle lacrime, che la liberarono di tutto il dolore che la fine di quella storia le aveva procurato. In quel momento i ricordi dolorosi svanirono, lasciando spazio solo alle cose belle vissute con lui, a quel salire le scale ridendo insieme, rincorrendosi e, soprattutto, amandosi. Fu quello il momento in cui Anna si rese conto che, nonostante le lacrime e il male e il fatto che non fosse sempre stato tutto meraviglioso, il ragazzo sdraiato di fianco a lei era il suo “per sempre” e non avrebbe potuto fare nulla per sfuggirne.

Si voltò verso Marco e non ci fu bisogno di aggiungere nulla: si guardarono e si scambiarono la pelle.

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