di Isabella Poretti

Noi italiani abbiamo un patrimonio musicale incredibilmente prezioso e vasto di cui poterci vantare.

Mi spiace ma se pensate che io mi riferisca a Ligabue, Modà o a Emma Marrone fareste bene a chiudere subito questo pezzo per non rimanere delusi.

I brillanti decenni del cantautorato italiano che ha raccontato, accompagnato, esaltato e talvolta disprezzato questo nostro Paese così controverso, sono ormai passati con grande nostalgia di chi li ha vissuti e un po’ di tristezza di chi, come me, è nato troppo tardi per viverli appieno.

Guccini, De André, Fossati, Gaber, Dalla, De Gregori: nomi di poeti, aedi delle nostre epopee moderne, divenuti ormai parte di quella cerchia di intoccabili dei della musica, impossibili da eguagliare e da trattare con sacra solennità e rispetto.

E poi c’ero io, ragazzina nostalgica di tempi mai vissuti, vorace di musica diversa dalle schifezze che mi propinavano le varie MTV e radio di ogni genere.

Diversi anni fa arrivò la grande scoperta: gli anni zero hanno qualcosa da dire. Gli anni zero hanno un’anima, gli anni zero sanno quello che penso e hanno una musica per raccontarlo.

Fu così che scoprii la musica indipendente. Un mondo intero si nasconde dietro a questa etichetta, così di nicchia eppure con una comunità vasta e coesa.

Artisti che non fanno quello che piace a noi, ma quello che piace a loro.

Ed è proprio per questo che li amiamo: la loro sincerità traboccante, l’assenza di censura, i loro sound talvolta complessi, talvolta essenziali, l’intensità e la ricercatezza dei testi, sono elementi che ormai suonano estranei ma che colpiscono profondamente le nostre orecchie abituate alla musica che le major discografiche ci vomitano addosso.

Ogni band, ogni cantautore indipendente ha un forte carattere, uno stile e una personalità inconfondibili, la loro originalità è una firma impossibile da imitare. Niente a che vedere con le canzonette pronte e impacchettate della musica commerciale che si sente in radio vero?

I nomi da fare sarebbero davvero tanti: Iosonouncane, Le luci della centrale elettrica, The Zen Circus (il cui cantante, Andrea Appino, ha anche un meraviglioso progetto da solista), Dente, Management Del Dolore Post-Operatorio, e la lista continua lunghissima.

Stiamo vivendo un momento storico-musicale unico, nuovo e straordinariamente fiorente, siamo in tempo per vederne l’evoluzione, siamo in tempo per abbracciarlo e viverlo fino in fondo.

Non è vero che la musica non ha più nulla da dirci, non è vero che di musica buona non ne fanno più. C’è ancora chi si occupa del sociale con chitarra e microfono, c’è ancora musica che parla di noi e, cosa non da poco, c’è ancora un’alternativa fresca e nuova alla spazzatura omologata delle grandi distribuzioni.

 

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