Legàmi: La vita degli altri è più bella della nostra

È risaputo che “l’erba del vicino è sempre più verde”. Con il tempo però questa frase fatta, sembra rappresentare sempre più la realtà. I social network sono diventati parte integrante della nostra vita, delle pertinenze fondamentali per poter svolgere le nostre funzioni vitali e senza i quali ci sentiremmo persi o esclusi del resto del mondo. Già, esclusi dal resto del mondo.

Ormai tutto quello che ci capita lo postiamo su Facebook, qualsiasi cosa che ci attrae la fotografiamo e la postiamo su Instagram, per una notizia che ci sbalordisce facciamo un tweet su Twitter. Perché così fan tutti. Perché così tutti possono rimanere aggiornati. I nostri amici sanno quello che facciamo. I nostri amici?

Uno studio di Facebook ha riscontrato che il concetto di “amici” su questo social network sia ambiguo. Sarebbe più corretto definire queste persone come “qualcuno che durante la nostra vita abbiamo incrociato”. Da questo studio deriva inoltre una distinzione di tre gruppi di “amici”:

  • quelli con cui non parliamo, ma su cui ci teniamo informati grazie alla timeline (Relazioni mantenute)
  • quelli con cui ci si scambia like e commenti sui post (Comunicazione a “senso unico”)
  • quelli con cui ci si scambia spesso messaggi in posta elettronica o tramite chat (Comunicazione reciproca)

Fa riflettere molto come sia irrisorio il numero delle comunicazioni reciproche rispetto alle relazioni mantenute. Ma non è questo il punto.

Facebook è stato creato nell’università di Harvard per poter mettere in comunicazione gli studenti con vari scopi (tra i vari quello di fare nuove conoscenze). Twitter invece doveva essere una piattaforma di “giornalismo partecipativo”. Entrambi questi social hanno ancora la loro idea di fondo, ma l’incremento delle utenze per moda e l’uso incontrollato delle loro funzioni, hanno fatto sì che queste idee scemassero sempre più. Soprattutto per quanto riguarda Facebook.

Gli Stati, nella lista delle sostanze considerate droghe, dovrebbero inserire una nuova voce: il like. Il like è quella cosa che ti fa diventare figo, ti fa sentire importante, apprezzato e aumenta la tua autostima. Ricevere più like possibile sembra essere diventato il tema fondante di Facebook e paradossalmente anche della nostra vita.

Like che può arrivare dalla pubblicazione di post personali, di foto o di qualsiasi altra cosa, ma è proprio questa sua ricerca incondizionata che lo rende una droga. Avere tanti like poi ti rende anche una certa notorietà. Più sei noto più diventi virale. Più diventi virale più ti sentirai solo quando la tua onda si sarà spenta nel mare.

Tutto questo amplifica il concetto di conformismo di massa. Tutti vogliono essere come quelli che pubblicano mille foto al giorno del loro cibo ben presentato, delle loro gite fuori porta, della loro dolce metà, dello shopping… non rendendosi conto però che quelle vite non sono quelle reali, sono vite virtuali.

Il video della canzone Carmen di Stormae ha suscitato forti critiche. La prima strofa della canzone è molto significativa e fa rifletter molto su quello è diventato per noi il social network:

L’amore è come l’uccello di Twitter
è blu solo per 48 ore.
Prima ci si iscrive, poi ci si segue,
diventiamo fessi e finiamo soli.
Attento a te
e a tutti quelli che ti piacciono.
Spesso i sorrisi in plastica sono colpi d’hashtag.
Attento a te
Ah gli amici, gli amici fidati o i seguaci.
State sbagliando, avete solo il profilo.

 

Come si vede alla fine del video, le nuove generazioni sono quelle più a rischio, come per tutte le droghe e appunto per questo bisognerebbe iniziare considerare questa situazione, non più come evoluzione tecnologica, ma come un vero e proprio problema sociale.

FONTI
CREDITI

copertina

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