di Martina Giobbio

“Fiori per Algernon” è un romanzo a base fantascientifica che racconta la storia di Charlie Gordon e del suo tentativo di diventare intelligente; Charlie è infatti un inserviente ritardato, ritratto in modo molto umano dall’autore: è consapevole di non essere intelligente ma sogna di diventarlo, per poter finalmente imparare a leggere e a scrivere senza errori di ortografia. È incapace d’ira e di sospetto, non sa orientarsi nella sua memoria; desiderosa semplicemente, per predisposizione naturale, di piacere agli altri.

Accanto a Charlie, troviamo Algernon, il topo cui è stata triplicata l’intelligenza grazie a una procedura sperimentale, in grado di portare facilmente a termine test che il giovane Charlie stenta a comprendere.

Questo romanzo tratta tematiche importanti, in particolar modo il ruolo dell’intelligenza e della cultura nella vita dell’uomo contemporaneo. È molto rilevante il tema della posizione delle persone mentalmente ritardate nella società, il loro inserimento e la discriminazione cui sono sottoposti. Charlie, in seguito all’esperimento che gli consente di diventare intelligente, fa esperienza di entrambe le condizioni, della minorità e del genio, sperimentando gli svantaggi di entrambe. All’irritazione del protagonista perché si accorge di essere trattato come la cavia di un esperimento e non un essere umano segue il suo allontanamento dagli altri man mano che emerge il suo intelletto fuori dal comune. La genialità, infatti, allontana dagli altri quanto l’idiozia e, come riflette Charlie, non è detto che la seconda condizione sia peggiore della prima.

Diversamente dal rapido sviluppo del suo quoziente intellettivo, la sua sfera emozionale rimane svantaggiata e arretrata. Charlie perderà il contatto con la realtà, si scoprirà, a un tratto, senza più amici e senza più comprensione, isolato; da debole di mente era un reietto, da genio è detestato e frainteso.

Tema centrale è infatti il ruolo dell’intelligenza nei rapporti tra le persone e gli ostacoli alla comunicazione sia per i geni sia per i meno intelligenti.

Nel corso del romanzo, emerge l’idea di un’unità di fondo di tutte le forme di cultura e della diffusione di un sapere ristretto, anche presso i così detti “esperti”, competenti solo nel loro settore e timorosi di mostrare le proprie lacune.

La vicenda è narrata in prima persona dal protagonista, in quelli che chiama “rapporti sui progressi”, così che il lettore possa rendersi conto del cambiamento e dei progressi del protagonista, a seconda dall’aumento o del regresso dell’intelletto. Lo scrittore rappresenta con grande abilità il linguaggio e la mente di un ritardato prima e dopo questo intervento che lo renderà un genio: le pagine iniziali sono caratterizzate da una lingua sgrammaticata ed elementare, ma sempre comprensibile, da cui il lettore capisce molto più di quanto non comprenda lo stesso narratore e da cui emerge la grande ingenuità e purezza del protagonista; con il precedere della storia e l’acquisto di una straordinaria intelligenza la grammatica e la comprensione del mondo di Charlie migliorano, per poi regredire allo stato iniziale alla fine della storia.

Attraverso dei flashback, Charlie giunge a comprendere meglio sé stesso e la sua storia e presenta la sua famiglia: una madre ossessionata dalla diversità del figlio, violenta e quasi pazza, un padre buono ma rassegnato alla sua vita e una sorella minore che si vergogna di lui e lo odia profondamente perché le complica la vita.

I personaggi di contorno vanno e vengono, in primo piano ci sono sempre Charlie e Algernon; alcuni sono ben caratterizzati, soprattutto gli scienziati che lavorano all’esperimento, mentre altri, specialmente le donne, sono molto più inconsistenti.

La narrazione è estremamente funzionale: grazie alla prima persona il lettore è sempre con Charlie, nei suoi pensieri e ricordi.

La storia è coinvolgente, ben scritta e credibile. La prima parte fa capire come l’intelligenza, una cosa che diamo per scontata, sia in realtà una cosa bellissima, la seconda ricorda invece che essere più intelligenti degli altri non significa per forza che essere felici, anzi spesso è il contrario.


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