Di Andrea Piazza

 

Di una sola cosa ero certo: non avrei mai voluto morire in quel luogo.

Ogni cosa mi tormentava. Le pareti sbiancavano come spiriti ogni qual volta entravo in una stanza buia. L’oscurità, poi, opprimeva perfino i pensieri più insignificanti che mi passavano per la mente.

La sensazione, che si rinnovava perennemente, era di fastidio. Non ero io ad essere infastidito, bensì qualcuno all’interno della casa – qualcuno a me invisibile, ma reale e concreto come il fumo dei treni e i binari della stazione dove mi trovavo quando successe la disgrazia.

Tutto era partito da uno scherzo innocente: e ancora adesso, quando ci penso, non posso fare a meno di sorridere. Le persone, credo, mi giudicano inopportuno. Non ho mai cercato di nascondere la mia opinione sull’intera faccenda, e forse è stato proprio questo a suscitarmi tante inimicizie, fino al giorno della mia morte.

Ricordo benissimo la stanza in cui chiusi gli occhi per l’ultima volta: era la biblioteca, che avevo riadattato come un piccolo studio. Un tavolino di legno, semplice e spartano, giaceva addossato alla finestra, nell’unica zona illuminata della stanza – o forse dovrei dire dell’intera casa.

A Jacques piaceva affacciarsi sul davanzale striminizito, guardando i comignoli delle case dirimpetto. A volte cercava di mettersi in pedi sul tavolo, per raggiungere le inferriate e cercare di passarvi attraverso. Dovevamo sempre tenere gli occhi ben puntati su di lui – era un bambino così gracile che stento a credere sia potuto crescere così grande e forte, quasi imponente.

Il resto della stanza era un accumularsi di libri a non finire. Forse non dovrei definirla biblioteca, perché una biblioteca degna di questo nome dovrebbe essere provvista di scaffali, elenchi, lampade da tavolo, poltrone per riposarsi in pace leggendo qualche pagina di un vecchio libro, scale per raggiungere i volumi riposti più in alto, altrimenti irraggiungibili.

Quel luogo non aveva niente di tutto ciò. L’intera abitazione era così spettralmente organizzata e precisa che avevo deciso di lasciare nel caos quel piccolo angolo. La stanza non era enorme, se paragonata alle altre: ma aveva un fascino ancestrale, quasi mitologico, che la rendeva una creatura fiera e indomabile, e ne ingigantiva le proporzioni.

Accumulavo i libri doveva capitava: per anni avevo costruito così la mia piccola fortuna. Avevo levato tutte le tende e i gli addobbi inutili. Avevo personalmente passato una mano di intonaco sui muri, per nascondere le crepe e i segni scuri dei lumi ad olio. Nel complesso avevo realizzato un buon lavoro: mi sarebbe piaciuto aggiungervi un letto, anch’esso semplice ed essenziale, quasi una branda militare, ma Francoise non mi ha mai permesso di dormire in un’altra stanza che non fosse la camera matrimoniale.

Alcuni mi dicevano che il matrimonio era stata la mia rovina. Imparentarsi con i Vezieres, e trasferirsi in quell’enorme dimora signorile, avevano segnato il mio carattere e minato le mie ambizioni per il futuro. Un tempo vi credevo anche io, e alimentavo questo genere di dicerie sul mio conto. Ormai però sono certo che non sia così: ero debole e nervoso anche prima di conoscere Francoise, e di entrare nella decadente nobiltà della città. Ero stanco ancor prima di aver conosciuto i disagi della vita; m’irritavo per delle banalità, e sentivo ogni giorno l’incombere del tempo che ripeteva il suo cammino circolare. Non avrei raggiunto alcuno dei mei obiettivi neppure se fossi rimasto lontano da quelle mura maledette, possedute da un demonio di cui ancora oggi non conosco il nome o i lineamenti: solo la voce, quella sì, è rimata nella mia mente. Giuro di averla sentita ancora un’ultima volta sul punto di morire: ho lasciato questo mondo tormentato dalle paure dell’altro.


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