Di Lorenza Castellani

Partiamo dalla constatazione di un dato di fatto: nella prassi medica del cosiddetto “aborto terapeutico” si celano atti con vere e proprie finalità eugenetiche. La scelta del titolo è stata motivata da una fondamentale ragione: quello che oggi succede nei reparti di Ostetricia e Ginecologia presenta forti similitudini con quello che ieri è accaduto nei campi di sterminio nazisti. Mi riferisco all’analogia tra gli interventi di interruzione selettiva di gravidanza, mascherati con il nome di “aborti terapeutici”, e le pratiche di selezione eugenetica perpetrate dalla Germania nazista. Il desiderio, apparentemente positivo, di volere un figlio sano si sta oggi trasformando in un’ossessiva ricerca del figlio perfetto e, grazie alle tecniche di diagnosi prenatale, questo anelito alla perfezione si è trascinato fin dentro l’utero materno, spesso traducendosi in un annientamento precoce della vita imperfetta.

 

Ci si deve preliminarmente accordare sui termini. Con “eugenetica” si intende quella disciplina finalizzata al miglioramento della specie umana attraverso interventi di promozione dei caratteri fisici e mentali positivi o di eliminazione di quelli negativi (eugenetica positiva e negativa, rispettivamente). L’assunzione che esistano tratti umani migliori di altri, ossia che vi sia un modello di perfezione verso il quale tendere era per l’eugenetica nazista un modello con cui identificarsi in una fantomatica purezza del Volk ariano, mentre per l’eugenetica attuale esso corrisponde ad un astratto modello di salute e normalità. Al di là dei diversi ideali, è condivisa la caratteristica dell’arbitrarietà poiché è evidente che non esiste alcun metro di paragone oggettivo sulla cui base giudicare un certo tratto umano come migliore o peggiore di un altro. La seconda analogia è rappresentata da quella che potremmo definire selezione per eliminazione, ossia l’eliminazione delle caratteristiche considerate negative (e.g. patologie, disabilità) attraverso pratiche che nello stesso tempo eliminano l’individuo stesso. Esiste una doverosa puntualizzazione da fare, la quale concerne il ruolo dello Stato. Se nell’eugenetica nazista i programmi di selezione razziale erano imposti dallo Stato anche attraverso il ricorso alla forza, nell’eugenetica contemporanea è assente questa dimensione di coercizione a favore della libertà di scelta individuale. Ma siamo davvero liberi di scegliere? Modelli di salute e normalità, oggi sempre più estesi dall’ambito fenotipico a quello genotipico, sono continuamente proposti dalla scienza e tutti noi siamo subdolamente chiamati a conformarvici in una sorta di schiavitù senza catene.

 

Se gli aborti eugenetici che quotidianamente si praticano negli ospedali italiani non creano un pubblico scalpore è perché essi avvengono nel rispetto, o quasi, della legge. Questo rispetto formale della legge garantisce, da un lato, la non perseguibilità giuridica dell’atto e, dall’altro lato, l’accettazione sociale della pratica, in quanto la società spesso tende ad identificare ciò che è moralmente valido con ciò che è lecito da un punto di vista legislativo. Come espresso dal titolo, ritengo che la pratica dell’aborto terapeutico sia oggi degenerata.

 

La legge che in Italia regolamenta le interruzioni volontarie di gravidanza dopo i primi 90 giorni di gravidanza sono gli articoli 6 e 7 della legge n. 196/78. Da uno studio letterale del dettato legislativo emerge come la legge non preveda affatto l’eventualità dell’aborto eugenetico; l’articolo, infatti, recita che “l’interruzione volontaria di gravidanza dopo i primi novanta giorni può essere praticata […] quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie e malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della madre”. Quindi, l’esistenza di anomalie fetali non è in grado di per sé di giustificare il ricorso all’aborto come oggi a torto si ritiene, poiché queste anomalie devono altresì incidere sulla salute psico-fisica della madre. Tuttavia, l’indeterminatezza di talune espressioni ha consentito di forzare alcune interpretazioni della legge in senso permissivo garantendo che l’aborto eugenetico sia oggi di fatto praticabile entro i limiti della legalità; in particolar modo, problematica è l’espressione “grave pericolo” riferita alla salute psichica della madre perché rimette i criteri di giudizio nelle mani del medico e nella sua discutibile oggettività.

 

Resta da sollevare, infine, l’aspetto concernente la liceità morale dell’aborto terapeutico, termine qui inteso nel suo significato degenerato di aborto eugenetico, ossia motivato dall’esistenza di anomalie fetali. La maggior parte dei filosofi abortisti – di cui Peter Singer può essere considerato un esponente rappresentativo, seppur estremo – gioca sulla distinzione tra persona vs. essere umano per sostenere che un feto con serie malformazioni, sebbene sia innegabilmente un essere umano, non sia altresì una persona in quanto non sembra possedere caratteristiche fondamentali quali la razionalità e l’autocoscienza. Eseguendo poi quello che più che un passo logico sembra essere una piroetta logica, conclude che il diritto alla vita debba essere attribuito solo alla persona e non all’essere umano tout court, giustificando pertanto il ricorso all’aborto selettivo. Tuttavia, decidere oggettivamente quando abbia inizio la persona e quali siano le caratteristiche che la descrivono è un compito destinato ad un ineliminabile margine di arbitrarietà: lo sterminato numero di teorie bioetiche a riguardo ne è una prova innegabile. Io credo che l’attribuzione del diritto alla vita non possa essere fatta dipendere da una definizione, come lo è quella di persona. Per non servirsi di stipulazioni arbitrarie, ritengo che l’unica prospettiva morale da adottarsi sia quella dei diritti dell’Uomo, ove il diritto alla vita rientra tra i diritti fondamentali ed inalienabili dell’Uomo inteso come essere appartenente biologicamente alla specie umana, senza ulteriori specificazioni. La vita, infatti, non può dipendere dalla parola, dal giudizio, dal pensiero di un altro uomo, bensì deve essere garantita prima di ogni legge e prima di ogni teoria. Dal momento che non si può affatto negare che anche i feti con anomalie morfo-genetiche possiedano la natura umana, è necessario e doveroso attribuire anche ad essi un pieno diritto alla vita; ne consegue che l’aborto motivato da anomalie fetali è da ritenersi sempre immorale.

 

Credo che per puntare alla riduzione dell’oggi troppo diffusa pratica dell’aborto terapeutico si debba non solo lavorare in direzione di una maggior coercizione legislativa, quanto piuttosto in direzione di un cambiamento della mentalità socialmente diffusa e scientificamente dominante che promuove modelli astratti di perfezione, salute e normalità. Personalmente, colgo nella deriva eugenetica dell’aborto terapeutico una grande sconfitta degli ideali etici della Medicina. La Medicina, accanto ad una componente tecnico-scientifica interessata alla cura della malattia intesa come fenomeno “materiale”, ha sempre di pari passo coltivato un’anima compassionevole volta alla cura del malato inteso come qualcosa di più di un mero corpo materiale; inoltre, laddove non era in grado di guarire la malattia e ristabilire la salute, essa era ad ogni modo capace di accettare l’invincibilità della malattia, accompagnando con umanità il malato alla morte. A seguito del notevole progresso delle tecnologie mediche, la Medicina ha però subito un’impressionante, e a mio avviso preoccupante, metamorfosi: da arte si è fatta mera tecnica. Questa nuova Medicina è quella che nelle situazioni in cui non è capace di curare accetta l’uccisione: è la medicina dell’aborto terapeutico e dell’eutanasia; è quella che troppo spesso impiega i propri sforzi in direzioni di ricerca eticamente discutibili: è la medicina che ricerca il farmaco della “immortalità”; è quella che, viziata dalla logica di mercato e dai giochi di potere economico, crea sempre nuovi bisogni di salute e vende sogni di perfezione.

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