Di Lorenza Castellani

 La storia di questa intervista nasce da un freddo e piovoso pomeriggio di inizio marzo. Sono le 18.30 e Tyrone Nigretti fa il suo ingresso nella libreria “La Feltrinelli” di Corso Buenos Aires a Milano. Io càpito lì quasi per caso, passeggiando dopo il lavoro, e subito sono attratta dalla folla di persone. Dietro una scrivania siedono Tyrone e Selvaggia Lucarelli, lì pronta ad intervistarlo sulla sua ultima fatica, un libro intitolato “Fattore H – Slalom di un disabile nella nostra società”.

L’ora seguente si rivela talmente spassosa e ricca di spunti che decido di contattare successivamente Tyrone per poter chiedere qualcosa anch’io della sua incredibile storia e, soprattutto, per farla conoscere a chi fosse interessato. E credetemi, si tratta di un ragazzo davvero speciale.

In soli 21 anni ha vissuto esperienze incredibilmente amare e forti: la disabilità, due genitori tossicodipendenti, la loro morte successiva, lo scoprire di avere un altro padre. Tuttavia, ciò che colpisce è la sua fermezza, l’ironia, la maturità.

E il coraggio di affrontare con il sorriso e la testa alta le sfide.

 

I: Ciao Tyrone, ti va di presentarti ai lettori de Lo Sbuffo?

 

T: Ciao, mi chiamo Tyrone ed ho 21 anni. Vivo a Milano. In passato ho girato un paio di quartieri: prima la Barona poi Corvetto. Ora mi sono spostato verso il centro. Ho scritto un libro: “Fattore H – Slalom di un disabile nella nostra società”. È un libro autobiografico, edito da Rizzoli, che racconta la mia storia travagliata. Dal titolo si potrebbe evincere che il mio libro parli solamente di disabilità, ma la copertina fa senz’altro sorgere dei dubbi, com’è giusto che sia.

Ho voluto raccontare la mia storia in modo che le persone non si fermassero solo all’apparenza e alla sedia a rotelle, perché le mie difficoltà non dipesero solo da quello. La mia disabilità è stata una postilla, in confronto a ciò a cui ho dovuto assistere per via dell’esistenze “bizzarre” dei miei genitori che hanno stretto un legame davvero intenso con alcol e droghe.

 

I: Qualche giorno fa, alla presentazione del tuo libro «Fattore H. Slalom di un disabile nella nostra società» (edito da Rizzoli, ndr) sono rimasta molto colpita dalla tua maturità e dal fatto che nonostante la giovane età sembri aver già compreso il significato profondo delle cose che ti son successe. La scrittura ti ha aiutato in qualche modo in questo processo di introspezione?

 

T: La scrittura mi ha permesso di essere libero, di non sentirmi giudicato, quindi anche sincero con me stesso. Questo mi ha fatto trovare ordine nella mia mente e scoprire l’origine di tanta confusione.

 

I: Partiamo dall’inizio. Com’è nata l’idea di scrivere un libro che parlasse della tua storia?

 

T: Come ti ho detto, è nato tutto dalla confusione mentale, avevo bisogno di mettere ordine. Ho iniziato a scrivere perché mi sentivo solo. In realtà “Fattore H” è nato come un diario, un diario di sfogo. Poi un giorno, per gioco, scrissi uno stato su Facebook: “Sto scrivendo un libro”. I feedback che ricevetti furono molto positivi e la cosa mi fece molto piacere. Catturai l’attenzione di Paola Zukar (in quel periodo lei mi teneva d’occhio perché mi ero dilettato in recensioni ad artisti da lei seguiti), per cui lei, incrociandomi ad un Live, mi venne a salutare dicendo «Ehi Tu! Stai scrivendo un libro?! Grande! Quando lo hai finito fammelo leggere…». In quel periodo stavo cercando la mia strada in ogni modo, volevo essere rispettato. In famiglia non mi sono mai sentito rispettato. Fattore H mi ha aiutato a guadagnare un po’ di rispetto. Paola Zukar e Lydia Salerno, insieme a tutto il team di Rizzoli hanno creduto in me, nel mio lavoro e in ciò che avevo da dire. Sono molto grato per questo. 

 

I: La figura che più colpisce nel racconto è quella di tuo padre, eroinomane, fuori e dentro dalla galera a causa dei continui furti. Un uomo drasticamente imperfetto insomma, ma che tra i suoi tanti sbagli riesce ad essere per te una persona importante. Che ricordo hai di lui?

 

T: Ho un bel ricordo di lui. Più precisamente lo definirei un ricordo “sereno”. I suoi sbagli mi sono costati molto, ma nelle sue possibilità, in quello che gli è stato possibile percepire e concepire, ce l’ha messa tutta per essere un buon padre. E se sono qui a raccontarti di “Fattore H” è perché, in parte, i suoi insegnamenti mi hanno portato a questo punto. I valori li aveva, e a me li ha mostrati.

 

I: Con tua madre invece sei un po’ più duro: che immagine ti porti dentro di lei?

 

T: Con mia madre sono più duro perché i suoi errori li ho percepiti come dei massi. Sicuramente mi ha voluto bene, ma era dipendente da me, ero la sua droga. Mi ha fatto credere di non poter vivere senza di lei, quando in realtà era il contrario. Mia madre è stata la vittima degli errori della sua famiglia e della droga. Non dovevo essere io il suo metadone. Non provo più rabbia ma sono consapevole di ciò che è stato.

 

I: Alla luce delle esperienze che hai vissuto, qual è oggi la tua opinione su droga e alcol?

 

T: Credo che droga e alcol siano pericolosi per lo stato di insicurezza in cui si trova il genere umano oggi. Non sono pericolosi in sé per sé, ma lo diventano nel momento in cui vengono utilizzati per superare complessi di inferiorità. Purtroppo ci sono molte persone che ne soffrono, anche a causa della società in cui viviamo. Quindi, meglio evitare droga e alcol.

 

I: La disabilità è una condizione che ti accompagna da quando sei nato ma, lasciatelo dire, quando inizi a parlare ci si dimentica di avere di fronte una persona con simili difficoltà perché la tua voce emana un’energia spiazzante. Da dove ti deriva questa carica?

 

T: Deriva dall’essere impegnato in qualcosa che mi piace, deriva dalle passioni: la scrittura e il rap. Credo che chiunque possa essere felice, se riesce fare e a seguire ciò che più ama.

 

I: Tra le altre attività che svolgi recensisci brani hip-hop ed hai provato anche a dilettarti nel genere. In che modo il ruolo della musica nella tua vita è stato fondamentale?

 

T: I testi rap che mi hanno sempre appassionato sono stati quelli a sfondo sociale, quelli introspettivi e che danno una prospettiva rivoluzionaria. Mi sono avvicinato alla musica rap perché la sentivo mia e in grado di trasmettermi qualcosa. Notavo la sofferenza degli artisti, ma una sofferenza positiva, che manifestava il desiderio di mutare in qualcosa di buono: in opportunità.

 

I: Che progetti hai per il futuro? Scriverai ancora?

 

T: Smetterò di scrivere nel momento in cui capirò di non poter essere più utile come scrittore a questo mondo.

 

I: Cosa diresti alle persone per invogliarle a leggere il tuo libro?

 

T: Comprate “Fattore H” perché potremmo scoprire di essere più simili di quanto immaginiamo…

 

I: Grazie mille per la disponibilità!