Sesso, Droga e Rock and Roll, non è solo la canzone del cantante inglese Ian Dury, è una frase che da allora è diventata di uso comune per indicare gli eccessi del mondo della musica e dello spettacolo in generale.

 

Pubblicata nel 1977 all’apice della cultura punk rock, la canzone è stata subito mal interpretata. Anche se oggi la frase viene usata per indicare l’abuso di alcol, droghe e la vita dissoluta delle star, questa non era mai stata l’intenzione di Ian Dury. Anzi, sosteneva che la canzone non fosse affatto un inno punk, come si poteva pensare soffermandosi al titolo e ai ritornelli, ma al contrario, cercava di suggerire che nella vita c’è molto di più. Basta dare un’occhiata ai versi. Si, è vero, a volte possono sembrare un po’ enigmatici, ma alludono sempre ad uno stile di vita alternativo:

Sex and drugs and rock and roll
Is all my brain and body need
Sex and drugs and rock and roll
Are very good indeed

Keep your silly ways or throw them out the window
The wisdom of your ways, I’ve been there and I know
Lots of other ways, what a jolly bad show
If all you ever do is business you don’t like

Sex and drugs and rock and roll
Sex and drugs and rock and roll
Sex and drugs and rock and roll
Is very good indeed

Every bit of clothing ought to make you pretty
You can cut the clothing, grey is such a pity
I should wear the clothing of Mr. Walter Mitty
See my tailor, he’s called Simon, I know it’s going to fit

Here’s a little piece of advice
You’re quite welcome it is free
Don’t do nothing that is cut price
You know what that’ll make you be
They will try their tricky device
Trap you with the ordinary
Get your teeth into a small slice
The cake of liberty

Sex and drugs and rock and roll
[x7] Sex, drugs, rock, roll
Sex, drugs, rock, roll

Insomma, è ironico come la volontà di mostrare una vita diversa alle dissolutezze e alle dipendenze abbia finito per diventare la frase che più le rappresenta. D’altronde lo sappiamo molto bene, alcol e droghe hanno ucciso molti artisti famosi, o comunque li hanno fatti precipitare in un baratro da cui rialzarsi è molto difficile.

Parlo, ad esempio, di Kurt Cobain, frontman dei Nirvana, diventato portavoce della così detta generazione x con il brano Smells Like Teen Spirit, definito dai media musicali un vero e proprio “inno di una generazione”.

 Ma Kurt Cobain è più di questo, è un bambino con la passione  della musica e dell’arte in generale, insomma è un bimbo felice.  Ma nel 1975, quando Kurt aveva sette anni, i genitori Donald e  Wendy Cobain divorziarono. Fu un evento di grande impatto per  il bambino, e questo trauma lo accompagnerà per tutta la vita.  Kurt divenne di colpo introverso e infelice. Le mura del bagno di  casa sua, infatti, riportavano i segni del suo disagio: “Odio mia  madre, odio mio padre, mio padre odia mia madre, mia madre  odia mio padre, è semplice: vogliono che io sia triste”.

 Kurt cresce così, un po’ sbandato, con questo senso di  abbandono  e una passione sempre più grande per le note.

 Forma i Nirvana insieme a Krist Novoselic sul finire del 1987 e  con loro raggiunge il successo.

Ma mentre la sua vita professionale aveva raggiunto l’apice, la vita privata di Kurt Cobain era sempre più minata dalla depressione e dall’abuso di droga. Iniziò a preoccuparsi che la sua musica stesse venendo mal interpretata e strumentalizzata a causa del successo che i Nirvana avevano raccolto ed il suo consumo di eroina iniziò ad aumentare a dismisura. Era il suo modo di fuggire dalle pressioni dei media e dai suoi problemi di stomaco, ma l’eroina cominciò anche ad isolarlo dagli altri membri della band e a litigare sempre di più con la moglie Courtney Love.

Cobain diventa sempre più un eremita, spendendo sempre più tempo da solo a drogarsi, finché il 5 Aprile del 1994, a 27 anni, si toglie la vita sparandosi un colpo in testa nella serra presso il garage della sua casa sul Lago Washington a Seattle. Lascia una lettera che più che un addio alla vita sembra un testamento musicale. Scrive:

“[…] Io non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla e nel leggere e nello scrivere da troppi anni ormai. Questo mi fa sentire terribilmente colpevole. Per esempio, quando siamo nel backstage e le luci si spengono e sento il maniacale urlo della folla cominciare, non ha nessun effetto su di me, non è come era per Freddy Mercury, a lui la folla lo inebriava, ne ritraeva energia e io l’ho sempre invidiato per questo, ma per me non è così. Il fatto è che io non posso imbrogliarvi, nessuno di voi. Semplicemente non sarebbe giusto nei vostri confronti né nei miei. Il peggior crimine che mi possa venire in mente è quello di fingere e far credere che io mi stia divertendo al 100%. […]”.

Ma i demoni, che siano accompagnati da una bottiglia o da una droga, ci sono comunque, ed hanno mietuto molte vittime nel mondo della musica. Tra loro c’è anche un vero e proprio mostro sacro, tra le più importanti artiste della storia, sto parlando di Janis Joplin. Icona della musica, con un range che passava dal Country al Soul al Blues rock fino al Rock and Roll, ma le sue performance erano sempre caratterizzate da una massima intensità, che spesso, però, le portava guai. Infatti, la sua ricerca e il suo perfezionismo musicale, nella dinamica dell’improvvisazione, la misero in conflitto con i gruppi musicali con cui si esibiva.

 

 Come Kurt Cobain, anche per Janis la passione e i problemi  incominciano in gioventù. Bisognosa di più attenzioni dei fratelli, a  scuola era una pittrice ma inizia ben presto a cantare il blues e la  musica popolare con gli amici. Al liceo però, le cose non vanno bene,  la stessa Joplin dichiarò: “Io ero una disadattata. Ho letto, ho dipinto,  non ho odiato le persone di colore”. Prese molti chili e i suoi compagni  del liceo non lesinavano insulti, si beffavano regolarmente di lei  chiamandola “maiale”, “freak “, “amante dei negri” o “creep “.

 Si distinse anche all’Università, il giornale del campus The Daily  Texan, infatti, fece un profilo su di lei nel numero del 27 Luglio 1962,  intitolato “Osa essere diverso”. L’articolo inizia così: “She goes  barefooted when she feels like it, wears Levis to class because they’re  more comfortable, and carries her Autoharp with her everywhere she goes so that in case she gets the urge to break into song, it will be handy. Her name is Janis Joplin”.

Janis lascia il Texas per San Francisco e nel Gennaio 1963 vive a North Beach. L’anno successivo, Joplin e il futuro chitarrista dei Jefferson Airplane, Jorma Kaukonen registrano una serie di standard di blues, accompagnati da Margareta Kaukonen sulla macchina da scrivere (come uno strumento a percussione). Questa sessione comprendeva sette brani: “Typewriter Talk”, “Trouble in Mind”, “Kansas City Blues”, “Hesitation Blues”, “Nobody Knows you when you’re down and out”, “Daddy, Daddy, Daddy” e “Long Black Train Blues”. È in questo periodo, che il suo uso di droga aumentò. Acquisisce una reputazione come una “speed freak” e occasionalmente fa uso di eroina e di diversi psicofarmaci. Sarà anche una forte bevitrice per tutta la sua carriera, la sua bevanda preferita era Southern Comfort.

Il 24 Agosto Janis Joplin fa il check-in al Landmark Motor Hotel di Hollywood, vicino a Sunset Sound Recorders, dove inizia a provare e a registrare il suo album da solista, che uscirà poi postumo con il nome Pearl. Durante le sessioni, Joplin continua il rapporto con Seth Morgan, uno studente di 21 anni dell’università UC Berkeley, spacciatore di cocaina e romanziere che aveva visitato la sua nuova casa a Larkspur in Luglio e Agosto.

Janis che non aveva mai smesso di bere e continuava ad avere alti e bassi nell’uso di droga, la Domenica del 4 Ottobre 1970 non si presenta alla Sunset Recorders per una sessione di registrazione. Il produttore Paul Rothchild è preoccupato e manda John Cooke, road manager di Full Tilt Boogie all’hotel Landmark Motor a Hollywood dove Joplin alloggiava. La trova morta, accasciata accanto al letto su cui dormiva. A portarla via a soli 27 anni ci pensò una overdose di eroina, probabilmente aggravata dall’uso di alcol.

L’attaccamento alla bottiglia è stato un problema anche per Tim Maia. Musicista brasiliano noto per il suo stile iconoclasta, ironico, schietto e divertente stile musicale, è una vera è propria icona musicale in Brasile, dove ha contribuito alla musica nazionale con una grande varietà di generi, tra cui soul, funk, bossa nova, disco, ballate romantiche, pop, rock, jazz, Baião e MPB.

Tim Maia è anche una pellicola biografica brasiliana del 2014 che segue la vita di Tim Maia dalle sue umili origini al periodo di maggior successo della sua carriera come performer, passando per le transizioni, come il viaggio che ha intrapreso a New York, senza soldi e senza parlare una parola di inglese.

Maia era noto anche per il suo stile di vita scanzonato, e per la sua abitudine di non presentarsi ad appuntamenti e persino concerti importanti. In effetti, Maia aveva una tradizione di arrivare in ritardo ai concerti, ma a volte li mancava del tutto. Molti dei suoi concerti, infatti, li perse per quello che lui chiamava il suo “triathlon”, uno sport del tutto particolare che prevedeva un consumo di whisky, cocaina e marijuana prima di un concerto. Alla fine della sua vita, Tim Maia soffriva di molti problemi di salute tra cui il diabete, l’ipertensione acuta, l’obesità e l’embolia polmonare. Morì il 15 Marzo 1998 a 56 anni per un’infezione generalizzata, dovuta all’abbassamento delle barriere immunitarie, in un corpo ormai stremato da anni di abusi di alcol e cocaina.

Insomma, i demoni, gli incubi, le incertezze, l’infelicità, la disillusione, tutto ciò che spinge una persona ad attaccarsi alla bottiglia, ad annegare i propri dispiaceri nell’alcol e ad obliterare le proprie paure in una foschia di fumo, che sia marijuana o qualcosa di più forte, è un qualcosa che ci portiamo dentro da un certo punto della vita. C’è a chi succede prima e a chi dopo, c’è chi riesce a superarlo e ci sono anime fragili e pure, che provano tutto talmente intensamente che non reggono agli scossoni della vita. Sono le anime aperte degli artisti. Purtroppo, a volte, esprimere tutto ciò che provano attraverso la loro arte non è abbastanza.


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