13 novembre 2018

La cultura underground a Milano – II parte

La cultura underground a Milano – II parte

di Victor Attilio Campagna

Passiamo a un altro versante. Parigi è caratterizzata anche da luoghi associati a grandi esponenti della cultura, come i bar in cui andavano poeti e artisti. Questo fa anche turismo. A Milano hanno vissuto Montale, Quasimodo, Sereni, Testori… Insomma, il Gotha della letteratura mondiale ha vissuto nella nostra città. Perché non riusciamo a fare un’operazione del genere? Ad esempio, in via Bigli, nessuno sa che abitava di Montale: farlo sapere sarebbe un bel modo per aumentare la visione di Milano città culturale.

 

Parigi ha una cultura di conservazione del suo patrimonio storico culturale consolidata che Milano non ha purtroppo. E non si può costruire una cosa del genere solo con una guida in cui si indicano luoghi in cui poeti o scrittori prendevano il caffè. Si tratta ancora di un’auto-percezione che deve essere costruita in questo senso.

Milano non si è mai rappresentata come città della grande Letteratura mondiale, se non per Verdi. Milano si è sempre presentata come città dell’innovazione, per cui il bar preferisce innovarsi, piuttosto che porre le sue basi sulla storia culturale: è una questione di tessuto sociale, molto profonda. C’è un modo diverso di interpretare la città, su cui è difficile agire sul breve termine. Abbiamo provato a fare un’operazione del genere su alcune figure. Un esempio può essere la casa museo della Merini, una delle principali poetesse contemporanee. Però sono effettivamente parzialità. Il punto è che la trasformazione è lenta. Milano sta mettendo a sistema l’immagine di città culturale, i turisti cominciano ad arrivare per vedere questo aspetto: bisogna partire da qui per costruire un’autoidentificazione culturale forte. L’amministrazione non può farlo per imperio…

Una cosa che si potrebbe fare è mettere a sistema l’idea di passeggiata letteraria, che già si fanno, ma solo sui luoghi del Manzoni: il Comune potrebbe organizzare questo tipo di passeggiata rivolta ad altri grandi personaggi della cultura.

 

Questa è una buona proposta da portare in assessorato. Comunque, sempre su questo tema, oggi stavamo facendo una discussione molto vivace per la valorizzazione della città riguardo il Teatro Burri. Burri è un artista molto importante, con cui Milano ha avuto da sempre un rapporto conflittuale. Ora si vuole rimettere in Parco Sempione il Teatro Burri, un palco a disposizione della cittadinanza. Questo palco all’aperto riflette l’idea di Burri di Teatro come Mondo.

Però i cittadini non lo vogliono, perché pensano possa rovinare il parco. Anche qui sta la pluralità, che porta spesso a conflitti. E la cultura spesso entra in conflitto con vari aspetti. In particolare è evidente il conflitto cultura-lavoro: un esempio può essere il barista che si lamenta del chitarrista che sta davanti al suo bar a suonare. Idem per il Teatro Burri: ci sono gli ambientalisti che mettono in conflitto ambiente e cultura.

Per gestire questi conflitti bisogna fare in modo che la nostra città si riconosca di più come città culturale.

Ovviamente un’amministrazione non può imporre un’idea, ma può fare in modo che esista un terreno fertile perché si faccia cultura.

 

Esattamente. Un esempio di come sia difficile risolvere questa situazione è il conflitto infinito sul festival internazionale di musica al Monte Stella. I cittadini sono in rivolta perché non vogliono né inquinamento acustico, né gente che s’ammassa e sporca.

Insomma, a Milano la logica diffusa è quella di cultura come orpello. La concezione comune milanese di cultura, infatti, si basa sul fatto che cultura e aggregazione sono cose diverse: cultura è leggersi un libro o andare al museo, nient’altro. A mio avviso, invece, cultura senza aggregazione non è cultura.

A questo proposito la poesia a Milano ha come tempio La Casa della Poesia, dove organizzano eventi i più grandi poeti viventi. Eppure nonostante questo è un luogo quello dove se manca qualcosa è proprio l’aggregazione, ovvero non c’è mai un pubblico folto. La cultura è vista come operazione singola e non di aggregazione, o comunque di élite. Alla base di ciò c’è una forte mancanza, soprattutto amministrativa, che ha sempre svalutato la cultura. Detto questo, come mai c’è questo forte distacco tra politica e cultura?

 

Per un motivo semplice: la politica da sempre ha la logica delle priorità. Il che è mortifero. E la priorità per eccellenza è il tema economico. Si mette come unica priorità il lavoro, lo sviluppo economico e così via… tutti temi importanti, sia chiaro. Il problema nasce quando la politica non può occuparsi del resto, perché altrimenti le si imputa di occuparsi di questioni inutili.

Quando Tremonti dice “con la cultura non si mangia”, per giustificare il taglio ai fondi della cultura in favore di interventi di sostegno, dice una cosa che è propria della politica di oggi. Sempre in questo senso essa non si occupa di diritti civili perché le priorità sono altre… Ecco, questa è una logica sbagliata. A furia di priorità tagliamo fuori dalla politica delle parti in realtà maggioritarie della cittadinanza: non occupandomi di cultura, di diritti civili, di arte di strada, non mi occupo di una grossa fetta del mio elettorato. Infatti non esiste più una sola categoria di cittadino a cui rivolgersi: il cittadino nella sua singolarità ha molteplici esigenze, dalla cultura ai diritti civili, e la politica non deve rispondere ad una sola di queste, ma deve considerare soprattutto la complessità della società.

Infatti il grande astensionismo è anche dovuto al fatto che la politica non agisce più in prospettiva. Il comune secondo te sta facendo qualcosa, sta cambiando registro?

 

Sì, secondo me sì. Quello che ti ho raccontato prima lo dimostra, perché sono atti concreti. Inoltre abbiamo iniziato una discussione nella città sulla cultura. Un esempio su tutti: a Milano si è tornati a discutere della Pietà Rondanini, che Milano ha riscoperto. Il lavoro di discussione su temi tralasciati da tanti anni significa soprattutto che stiamo lavorando bene.

Un’amministrazione si misura sui risultati e i risultati si vedono.

Ora una domanda più politica. Come ti trovi col PD?

 

Il PD Milanese non c’entra niente col PD Renziano, che è autoritario, caratterizzato da uno spostamento a destra e da un’accettazione dei dogmi neoliberisti.

A Milano il PD è diverso: è fatto di dialogo, confronto. Il lavoro di collaborazione con un sindaco che non è propriamente del PD lo dimostra. Alcuni, minoritari per ora, vogliono riprodurre un processo di autosufficienza del PD, come sta facendo Renzi. Il che consiste non tanto in un’alleanza coll’NCD, ma nel diventare partito autonomo. Per ora l’unico modo per arrivare a questo è proporre un’alleanza con l’NCD. Ovviamente se c’è l’NCD non ci siamo noi di SEL. Se si vuole continuare sulla strada intrapresa insieme a Pisapia noi ci siamo, altrimenti no.

Renzi, in un’intervista a L’Espresso ha dichiarato che Vendola è un politico della rabbia, mettendolo insieme a Salvini… Eppure Vendola è tra i primi a parlare di cultura e gentilezza, così Pisapia. È seguendo questa strada che si sono visti i primi successi per la sinistra, in Puglia con Vendola, a Milano con Pisapia. Quando la finirà il PD di farsi del male?

Il PD secondo me sta vivendo del riflesso di una tornata elettorale, quella delle Europee, una tornata anomala. L’arroganza del PD deriva da quel 40%, dettato da alcune cose che ora non sono riproducibili, quali la paura di Grillo.

Renzi nasce dalla violenza della rottamazione, un concetto molto violento. Inoltre quotidianamente riproduce quelli che in politica si chiamano rapporti di forza. Se non è violenza politica questa che cos’è?

Ora il PD sta mostrando un’arroganza per un risultato che probabilmente verrà ridimensionato alla prossima tornata elettorale, nonché quando si ricomincerà a parlare di contenuti e non di forma.

Una volta il PCI era soprattutto accentratore culturale. Gli stessi iscritti al partito erano anche personalità di cultura, come Montale e Pasolini. Oggi non è più così. Oggi sono i giornalisti ad entrare in politica (e questo lascia da pensare su quanto sia oggettiva l’informazione in Italia). Perché la politica non ha più cultura al suo interno?

 

Penso che il punto sia strutturale: tra il ’48 e il ’90 in tutto l’Occidente c’era il fenomeno che tu dici. Perché ai tempi c’era un grande un conflitto d’idee: da una parte c’erano i socialisti, dall’altra i liberali.

Nello scontro d’idee ci si identifica. Oggi il problema sta nel fatto che si fa fatica a vedere uno scontro d’idee: sui contenuti sfido chiunque a trovarmi differenze rispetto al governo Berlusconi. Del resto nei contenuti è difficile vedere una qualsiasi differenza tra le politiche del centrosinistra in generale rispetto al centrodestra.

Quando non hai una chiarezza dal punto di vista concettuale non è solo la cultura che non si identifica con la politica, bensì tutti non si identificano più con la politica. Quindi non si ha più un soggetto politico di rappresentanza. E questa è una debolezza.

E l’ideologia?

L’ideologia è la struttura organizzata d’idee ed è pregiudizievole in sé: dal momento in cui aderisco ad un partito, accetto anche un sistema di idee, sì, però io preferisco parlare di sistema valoriale. Ciò che tiene insieme un partito dev’essere un sistema valoriale, in cui si possono avere idee differenti, ma con dei valori alla base comuni. Solo così si genera confronto.

Rimane importante avere un’idea…

 

Esatto, ma partendo da un sistema valoriale.

Ultima domanda, per te che cos’è cultura?

 

Per me è ciò che mi fa crescere, è la capacità di un essere umano di creare qualcosa che mi ingeneri un’emozione.

 

 

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