Nannarel Fiano

Misoginia, omofobia, razzismo, violenza verbale e fisica su portatori di handicap e antisemitismo sono terribilmente attuali: l’allarme non smette di suonare.

L’intolleranza e la discriminazione colpiscono le minoranze tipicamente costituite dalle persone LGBT, dagli ebrei, dalle persone dal colore della pelle/credo religioso/appartenenza culturale diversi rispetto alla quasi generalità degli individui di un dato paese e dalle persone portatrici di handicap. Non solo: esse bersagliano anche una maggioranza silente, che pare quasi, per un’assurda e tacita convenzione sociale, avere le caratteristiche strutturali della categoria “minoranza”: le donne.

Ma in che senso si può parlare di minoranza? Credo che in questo senso rilevi il significato di minoranza come di una sottocategoria sociale che può declinarsi in senso politico o culturale. Sottocategoria rispetto alla totalità degli individui di un dato paese che va a costituire una sorta di normotipo.

Il parametro che costituisce lo spartiacque tra la totalità o la maggioranza e la minoranza va identificato nell’elemento statistico, eccezion fatta per le donne.

Un interessante studio sul cosiddetto hate speech è stato condotto dall ’Osservatorio Italiano sui Diritti – Vox , che si impegna a far luce sui diritti negati, studiando quelle realtà in cui ancora la maturazione di una tutela giuridica piena non è stata raggiunta, in modo tale da informare sulla cultura dei diritti.

Vox ha creato il progetto Mappa dell’Intolleranza grazie anche a uno studio approfondito durato più di un anno e grazie alla collaborazione delle Università di Milano, Roma e Bari.

La Mappa è la prima in tutta Italia, e si basa su pregresse esperienze straniere: le fasi che hanno portato alla stesura della Mappa sono state l’identificazione dei diritti e il mancato rispetto degli stessi, l’elaborazione di parole sensibili e la mappatura vera e propria dei tweet, grazie a uno speciale software progettato dall’Università di Bari.

Partirei da un presupposto: nel momento in cui si vogliano raggiungere le finalità proprie di uno Stato Costituzionale è quasi doveroso analizzare le criticità presenti nella società, facendo risaltare le lacune presenti nel tessuto giuridico e politico.

Ma forse è stata dedicata sempre troppo poca attenzione alle parole, alle frasi e agli insulti con cui vengono bombardate verbalmente determinate categorie sociali. La violenza verbale che va a ferire determinati individui che si reputa non appartengano alla massa normotopica è psicologicamente devastante e denota un allarme sociale non ignorabile.

La violenza verbale è quella che prepara e precede la violenza fisica.

Vox ha presentato la Mappa dell’Intolleranza presso la Casa dei Diritti a Milano in occasione del quarto forum delle Politiche Sociali, mostrando così quale sia, allo stato attuale, il grado di tolleranza presente nel nostro Paese.

La particolarità consiste nel fatto che Vox ha condotto lo studio partendo da un potentissimo strumento di comunicazione, Twitter. L’anonimato e la sintesi, caratteristiche peculiari del social network, garantiscono la possibilità a chiunque di esprimere opinioni, idee e insulti.

La libertà di non dover giustificare le proprie parole diventa un’arma potentissima. Amplifica la facilità di diffusione delle idee ma soprattutto amplifica la veridicità delle stesse: ecco perché l’analisi dei tweet che riportano un certo contenuto pieno di odio nei confronti di determinate categorie di individui è metodologicamente idoneo a condurre uno studio relativo all’hate speech.

Prendiamo i dati che ci sono stati offerti da Vox:

Lo studio delle hate-map dimostra che le donne sono le più colpite in assoluto, il disprezzo e l’odio sono veicolati tramite un numero di tweet che si attesta sul milione e passa. Spesso, l’insulto passa attraverso l’umiliazione del corpo.

Troviamo importanti picchi in Lombardia, Friuli, Campania, sud dell’Abruzzo, nord della Puglia e Salento.

‘Puttana’, ‘zoccola’ e ‘pompinara’ sono solo alcuni dei tweet sessisti che incontriamo nello spazio virtuale e non politically correct dei social network.

Le donne vengono trattate come un oggetto da umiliare.

Statisticamente, il secondo gruppo più colpito è il mondo LGBT: in particolar modo, il mondo gay.

‘Frocio’,’ finocchio’ e ‘checca’ sono invece gli appellativi che più riguardano i cinguettii lombardi, campani e friulani.

Oltre alla discriminazione, si parla anche di offese che rafforzano l’insulto.

Parlando di razzismo invece, i più odiati sono gli immigrati e i meridionali: ‘terrone’, ‘zingaro’,’ negro’.

Picchi si registrano in Lombardia, Friuli e Basilicata.

La Sicilia e la Calabria invece non presentano particolari tweet carichi di odio in questo senso.

Anche la disabilità si trova sotto tiro: le regioni più odianti?

Ancora una volta Lombardia e Campania, cui si aggiungono l’Abruzzo e ancora la Puglia.

L’insulto più inflazionato corrisponde al termine ‘nano’.

Non ci abbandona sicuramente l’antisemitismo, laddove invece il centro Italia si dimostra la zona più antisemita. Il premio? L’ha vinto l’Abruzzo, con tweet recitanti ‘giudeo’, ‘rabbino’, ‘usuraio’, ‘avaro’.

Questo studio ci ha regalato una forte presa di coscienza del grado di intolleranza presente in Italia, intolleranza che si propaga e si diffonde mediante l’hate speech. Un odio subdolo e vigliacco, un odio da bulli e anche da bulli un po’ falliti, che, forse, odiando se stessi non possono far altro che odiare gli altri, l’alterità e la diversità. Odiando l’altro si odia la ricchezza che invece è il vero fondamento di uno stato di diritto funzionale.

Siamo tutti capaci di insultare e di distruggere l’altro davanti a uno schermo, a colpi di click o di cinguettii.

Evidentemente la nostra Lombardia non pare particolarmente ospitale e civile come ci piace pensare. O meglio, come ad alcuni piace pensare.

 

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