di Federico Filippo Fagotto

Questa storiella non è certo avventurosa, o inedita. Non è in versi, né resuscita alcuna forma  romantica. In più, ha il brutto vizio di essere vera – anzi peggio: di esserlo in parte.

Questa storia nasce su una bicicletta, di quelle senza marce che si comprano nuove alla Decathlon per non spendere troppo.

Lungo Corso Buenos Aires, la nostra storia deve tenersi forte. Quel ragazzo, diretto verso il centro, percorre la strada con forse troppa “allegria”.

Entra in pericolosi slalom fra le macchine, con l’inutile piglio di chi le tratta alla pari. Indovina gli incroci quando il semaforo è ormai arrossito per la vergogna e costeggia le vetture parcheggiate accarezzando gli invisibili muri delle portiere, che potrebbero spalancarsi di fronte senza preavviso.

È quasi ora di cena e i toni della sera ritagliano i contorni di un altro incauto ciclista, che pedala sodo poco più avanti, la sciarpa abbandonata al suo tremito nel vento.

Ecco che un piccolo oggetto nero fa una capriola e sembra cader giù dal corpo di costui, finendo sull’asfalto. Basta un’occhiata per capire: è un cappello blu scuro, a tesa stretta, tutto stropicciato.

Pochi istanti in seguito alla caduta e il cappello è già fra le mani del nostro ragazzo, che aumenta ancora il ritmo – pedala ormai in piedi –, per raggiungere il cugino biciclide e restituirgli il perduto avere.

Peccato che il caro signore giudichi questo il momento improrogabile per darsi a un po’ di incosciente gimcana fra i taxi che guidano sornioni e distratti al centro della carreggiata. I claxon intonano un andante con moto, mentre i rumori di qualche frenata si immergono nel frastuono che Porta Venezia sa regalare intorno alle otto di sera.

– «Chiedo scusa!»

Esclama trafelato non appena gli riesce di agguantarlo. In risposta ottiene uno sguardo da pesce bollito, ben più stupito che sagace.

– «Ha perso questo!»

Insiste, ma sbandierargli davanti il magro bottino del cappello, tutto impolverato, non ottiene l’effetto per cui si era lottato.

– «Non è mio! Era per terra è gli ho solo dato un calcio, ma la ringraz…»

Troppo lontano per capire una parola di più. Il succo però era chiaro: si è rischiato grosso, nel bel mezzo di una trafficata piazza milanese, a causa di uno sciagurato buontempone!

«Gettiamo via il dannato cappello e portiamo a casa la pelle» – pensa allora il nostro giovane ciclista. Ma nel timido tentativo di defilarsi, fanno in tempo ad arrivargli queste parole:

– «Aspetti: ha perso il cappello!» – Gli grida dietro un altro passante.

«Haha! Comico…» – pensò – «la racconterò in giro questa». E intanto tira dritto.

Ma nella strada di ritorno a casa un pensiero gli diede qualche morso.

«Immaginiamo che la dinamica prosegua», si disse: che un passante, forse un altro ciclista, oppure un’automobile, si affannino per raggiungermi e restituirmi il cappello e che, al mio diniego, il lancio successivo per disfarsene causi a sua volta l’incomprensione.

E così via chissà quante volte.

Un filosofo proverebbe il sinistro brivido del regressus! Cioè: non si può andare a ritroso all’infinito, occorre venirne a capo con un evento conclusivo.

Ma è proprio il caso di farsi un problema tanto aleatorio?

Beh: a quanto pare sì, a meno che non si accetti un realismo esausto che lasci infine il cappello dov’è, a farsi ripassare dalle macchine come una camicia poco stirata.

Che venga in aiuto uno scrittore, o un qualunque altro spirito narrativo pronto a fantasticare su una possibile coincidenza che chiuda il cerchio!

È urgente immaginare un prologo, allora.

  1. All’inizio del racconto, si può descrivere una povera vecchietta infreddolita e senza fissa dimora. Si ripara col suo piccolo cappello, stringendosi nel bavero, finché, purtroppo, una folata glielo ruba, mentre lei dispera di passare la notte.

Ecco concesso un finalino degno di Dickens in cui, dopo bizzarri passaggi, il cappello torna al mittente ripieno di morale favolistica.

 

  1. Un uomo sembra non gradire il cappello avuto in regalo dalla moglie, e non risparmia di mostrarlo scagliandolo via, nonostante le proteste di lei per l’inciviltà del gesto.

Qui ci vorrebbe il gusto birichino di un Mark Twain per fargli ritornare il cappello fra le mani, e impartirgli una bella lezione di giustizia simmetrica.

 Il nostro ragazzo è soddisfatto delle proprie trovate e non vede l’ora di tornare a casa per scrivere il suo raccontino.

Ma poi si ricorda che, quando era più giovane ancora, anche lui indossava spesso un piccolo cappello, che aveva trovato abbandonato. Era stato di qualche importanza, forse, sapere a chi fosse appartenuto? Non più di quella che incideva, ormai, ricordarsi che fine avesse fatto.

Evidentemente era nato per viaggiare, quel cappello. Avventuriero, picaresco fortunato nel trovare proprietari disposti a trattato come tale.

Pazienti nell’osservare come il regressus sia capace di chiudere il cerchio da sé, anche lontano dalla loro stessa consapevolezza.

Tornato a casa, il nostro ragazzo ha deciso infine di non scrivere alcunché.


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