di Federico Terreni

Un recente sondaggio della società per azioni americana Thomson Reuters indica l’India come il quarto paese più pericoloso al mondo per le donne, mentre guadagna il primo posto tra i paesi del G20, ovvero i paesi industrializzati. Queste allarmanti statistiche  parlano da sole. Nonostante i passi avanti sostenuti al fine di assicurare un generale miglioramento delle condizioni di vita della donna, la strada è ancora lunga e tortuosa.

La Costituzione indiana del 1950 garantisce uguaglianza alle donne, pari opportunità di lavoro, nessuna discriminazione da parte dello Stato e dei suoi enti, e anche diverse norme a favore di uomini e donne che non abbiano raggiunto ancora la maggiore età.

La realtà dei fatti non è così.

Un rapporto del 2011 del National Crime Records Bureau, agenzia governativa indiana attiva sotto la stretta collaborazione del Ministro degli affari interni indiano, aggiornato all’inizio del 2014, afferma che una donna ogni ventidue minuti è vittima di aggressioni e molestie in pubblico. Facendo un semplice calcolo, si evince che solo in India ogni anno 23890 donne subiscano violenze fisiche. Il dato è terrificante, costatando, come se non bastasse, che esso sia riferito alle sole violenze pubbliche e il fatto che purtroppo molti di questi atti perversi non vengano denunciati.

Ultimamente, i media e il mondo dei social networks hanno diffuso parecchie informazioni relative alle cosiddette “ragazze acidificate”, una triste espressione per rappresentare tutte quelle donne sfregiate, mutilate, spesso uccise,  mediante l’utilizzo di acidi corrosivi. Tale pratica, si osservano diverse centinaia di casi, verrebbe attuata per punire le donne colpevoli di essersi ribellate al proprio marito, per esempio per aver chiesto il divorzio, o comunque semplicemente per ricordare quale sia la loro condizione sociale. Da qui è nata la campagna Stop Acid Attacks con l’intento di offrire gratuitamente una sicurezza sia sociale che economica a tutte queste donne  deturpate fisicamente.

Tuttavia, i dati davvero spaventosi concernono i matrimoni precoci. Da tempo,  l’Unicef è impegnato operosamente a supportare la causa dei bambini minorenni costretti a sposarsi per motivi prettamente di convenienza. Gli ultimissimi numeri dell’agenzia delle Nazioni Unite mostrano che 23 dei 70 milioni di donne sposate  tra i 20 e i 24 anni si siano sposate prima di aver compiuto 15 anni. La situazione è palesemente fuori controllo. Un grande passo in avanti è stato compiuto con l’entrata in vigore il primo novembre 2007 del Prohibition of Child Marriage Act. Leggendo questo atto nella Gazette of India, fortemente voluto dall’Unicef, emerge chiaramente la “prohibition of solemnisation of child marriage”, e viene specificato che la violazione di tale disposizione procurerebbe una pena di due anni di reclusione oppure una onerosa pena pecuniaria.

Ovviamente le cose non sono tanto cambiate. Soprattutto nelle aree rurali i matrimoni precoci sono tuttora all’ordine del giorno, come quotidianamente le donne indiane subiscono violenze e privazioni di ogni genere, troppo spesso impotenti e indifese da un sistema ancora troppo retrogrado e da rivedere sin dalle fondamenta.

La strada, come già accennato, è lunga e ardua. A proposito di ciò, viene facilmente da citare una celebre frase di Mahatma Gandhi, un indiano piuttosto esperto in materia di marce, pace e non-violenza: «Chiamare la donna il sesso debole è una calunnia; è un’ingiustizia dell’uomo nei confronti della donna.»

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