di Andrea Piazza

Resto per un po’ a sorbirmi fiumi di parole, quintali di nomi, storie, richieste, preghiere, sogni, desideri, speranze, sconcezze, risate, bestemmie…

 

Voglio davvero piantare tutto lì, certe volte.

Mi ritirerei da qualche parte, passando la mia vita a contare le nuvole o a scrivere poesie d’amore…amore… E’ una parola molto usata, nelle cose che ascolto, qualcosa che causa gioia e dolore…che io dovrei avere…

 

Si può avere qualcosa senza sapere cos’è? Senza riuscire ad afferrarla?

 

Non lo so. Qualunque cosa. Tutto, ma voglio liberarmi da questa infima prigione.

 

Mi alzo, in preda al nervosismo. Esco dall’ufficio e passo davanti ad altri luoghi, vaghi e perlopiù ignoti. E’ una zona immensa. Le stanze, numerate, si susseguono identiche, all’infinito. O così ci dicono, è un altra di quelle parole che non so spiegarmi.

 

Faccio due chiacchiere con un amico – mi hanno spiegato che si dice così – ma non ho molto da dire. Lo saluto e vado verso gli Spazi Aperti.

 

Mi piace il mio mondo. Il vostro mondo. Non l’ho scelto io, ovviamente. Mi è stato assegnato. Mi ha colpito fin da subito. A molti non piace il proprio, a me sì.

Però è fermo. Bloccato. Rispetto agli altri, è una sciocchezza, una barzelletta, un fenomeno da baraccone. “Guardateli, quelli! Con le loro stupide azioni! E guardate quell’idiota, quell’impiegatucolo! E dovrebbe controllarli, quello…occuparsi di loro…ragazzi, non finite come lui…scegliete meglio, se ne avrete l’occasione”

Per i nuovi arrivati, le matricole, ero lo zimbello del posto, la pausa d’ilarità nella visita dell’Ufficio.

Un tempo ero come loro. Ero felice, spensierato, ambizioso. Nulla a che vedere con ora. Sono solo un impiegato, anche se le mie responsabilità farebbero girare la testa a chiunque di voialtri…

 

Il mio lavoro fa letteralmente pena. Sai di essere impotente, ma fai di tutto per non sembrarlo.

Ogni giornata è una tortura interminabile, ma inevitabile.

Faccio una passeggiata. Solo. Nervoso.

 

Non riesco a lavorare. Come puoi fare una cosa che odi? Guardo il sole. Mi piace. Sembra caldo, allegro, confortante.

Poi mi affaccio e guardo giù, verso il mondo che dovrei guidare sulla retta via, come mi dicono spesso. Sospettate che io ci sia, ma non lo sapete veramente.

 

Guardo le case, le persone, metto a fuoco senza motivo qua e là, a caso. Vi vedo felici, tristi, chi ride, chi s’arrabbia, chi sbuffa, chi s’innamora…Vi vedo tutti, e alla fine vi invidio. Sì, vi invidio.

Può sembrare strano, ma è ciò che provo nell’anima – quella cosa lì.

Non è che ci creda molto.

 

E’ tutto così strano.

 

Spesso arrivo a chiedermi  se non possa unirmi a voi.

 

Assurdo.

 

O uccidervi tutti, per puro sfizio.

 

No, perderei il posto.

 

Ma almeno voi siete liberi. Più di me, almeno.

 

Rimango qui a divagare, e alla fine mi viene in mente un’idea, che, pur nel nervosismo e nella stanchezza del momento, mi fa sorridere, di un sorriso amaro e spento.

 

“E poi” – penso – “mi chiamate l’Onnipotente.”


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