di Francesco Bortolotto

Due settimane fa mi è stato regalato un libro: Guido Gozzano – poesie e prose, edito da Feltrinelli. All’interno del volume, proprio a ridosso delle poesie, fa capolino un primo piano del poeta, quasi egli volesse darmi il suo personale benvenuto. Mi soffermo per un momento, ringrazio il padrone di casa per la cortesia, volto la pagina e proseguo. Eppure qualcosa non torna: quella foto, quella presenza, mi lascia un retrogusto inaspettato, tutt’altro che accogliente. Interrompo la mia lettura, ripercorro i miei passi e sosto ancora un po’ sull’immagine. Ve la descrivo un momento: viso lungo, appuntito, naso pronunciato; una capigliatura composta, impomatata, incorniciata da due belle orecchie a sventola; camicia, giacca e cravatta da bravo borghese di provincia. Fin qui tutto bene, nessun problema. Poi noto i suoi occhi. Non capisco se comunichino un’espressione di dolore o di piacere. Non è chiaro dove guardino, cosa guardino. A dirla tutta, non sono nemmeno sicuro che stiano effettivamente guardando qualcosa. Tutto ciò che so è che sono sospesi. Incuriosito dall’ostica grammatica di questo volto, mi dirigo verso la bocca, la indago, l’interrogo con la scrupolosità di un filologo, certo di trovarvi un soggetto, un predicato, un verbo che completi l’espressione interrotta. Niente. Tutto ciò che ho è un sorriso, anzi, un mezzo sorriso. Solo accennato, senza trasporto, lasciato lì, ai margini della bocca. È un abbozzo, un tratto vagamente curvo su un foglio bianco, algido. Mi aspettavo di trovare la risposta, il punto fermo del periodo e invece rimango sospeso anch’io, più incerto e turbato di prima. Gozzano rimane immobile, impresso nella pagina e nella mia fantasia, una Gioconda torinese d’inizio secolo, che ora sogghigna di fronte al mio struggimento amletico, ora mi compatisce con amichevole complicità. Perché sorridi? A chi sorridi? Sorridi? Inizio così la lettura delle poesie di Guido Gozzano: frustrato, confuso, fiducioso che la parola possa più di un’espressione facciale. Mi addentro fra le memorie e i versi di questo autore con la circospezione di un lettore insoddisfatto, motivato da un unico obiettivo: individuare il Verbo nella moltitudine dei verbi, il Soggetto dentro i vari soggetti, la Verità sopra le verità.

Guido Gustavo Gozzano, figlio di Fausto e Diodata Mantino, nacque a Torino nel 1883. Di famiglia borghese benestante (ma in progressivo declino), dopo gli studi liceali s’iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza senza però conseguire la laurea, a causa della sua salute cagionevole oltre che del poco talento per gli studi. Preferì seguire i corsi del filologo Arturo Graff e frequentare i circoli letterari della città, come la Società culturale a Palazzo Madama a Torino, dove conobbe esponenti internazionali del decadentismo e del simbolismo. Memorabili furono, nella sua breve esistenza, i soggiorni estivi ad Aglié, città natia (dove il poeta collocò, tra l’altro, Villa Amarena della Signorina Felicita), e la complessa relazione con la poetessa Amalia Guglielminetti. Nel 1911 pubblica la sua raccolta più fortunata, I Colloqui. A causa della sua malattia, gli venne consigliato di fare un viaggio oltremare: nel 1912, perciò, salpò per l’India, dove rimase solo un mese. Qui scrisse diversi resoconti per «La Stampa», più tardi raccolti nel volume Verso la cuna del mondo (1917). Fra il 1913 e il 1915 pattuì con l’editore Treves di pubblicare il suo ultimo libro, Le Farfalle – epistole etimologiche, mai portato a termine. Muore a Torino nel 1916.

La poesia di Guido Gozzano nasce da un’istintiva diffidenza nei confronti della realtà e della vita, una sfiducia di carattere sicuramente letterario, ma prima di tutto biografico. Nel 1907, anno di pubblicazione della sua prima raccolta, La via del rifugio, gli venne diagnosticata la tubercolosi, malattia che lo perseguiterà fino alla sua prematura morte, a soli trentatré anni. Non a caso ho parlato d’istinto e non di sentimento: sembra infatti che quest’indole nichilista, perplessa, delusa che lo caratterizza come poeta sia stata forgiata sulla sua carne, trasmessa ed impressa nello spirito, deformandolo all’impossibilità di vivere. È lo stesso principio che regola la sopravvivenza umana: un uomo che prova il dolore dell’ustione sviluppa istintivamente il timore del fuoco. Non solo, impara a delimitarlo e a limitarlo, a prendere le dovute distanze e le necessarie precauzioni. Gozzano è proprio questo, un reduce da un incendio («…reduce dall’Amore e dalla Morte / gli hanno mentito le due cose belle… » si legge in apertura de I Colloqui), un sopravvissuto tanto attratto dalla luce e dal calore della fiamma-vita quanto tormentato dai fantasmi che essa rievoca[1]:

Venticinqu’anni!…Sono vecchio, sono

vecchio! Passò la giovinezza prima,

il dono mi lasciò dell’abbandono!

[…] Venticinq’anni!…Ed ecco la trentina

inquietante, torbida d’istinti

moribondi… ecco poi la quarantina

spaventosa, l’età cupa dei vinti,

poi l’orrida vecchiezza

dai denti finti e dai capelli tinti.

[…]Venticinq’anni!…Come più m’avanzo

all’altra meta, gioventù, m’avvedo

Che fosti bella come un romanzo!

Ma un bel romanzo che non ho mai vissuto

da me, ch’io vidi vivere da quello

che mi seguì, dal mio fratello muto.

Un indelebile senso di senilità ripercorre l’intera esistenza di Gozzano, lo avviluppa nel suo presente, si proietta con scenari funesti e grotteschi sul suo futuro, ripercorre il midollo del suo passato, lo infetta, lo possiede, lo decompone come una forma virale. In questo scenario da patologia terminale nemmeno la morte può essere un lido sicuro ove rifugiarsi («Morte lo illuse fino alle sue porte, /ma ne respinse l’anima ribelle»[2] ). La donna vestita di nulla, così Gozzano è solito chiamarla, rimane lì, sospesa, in prima fila, spettatrice e mai attrice, nemmeno quando è esplicitamente invocata. È la farfalla della Signorina Felicita, l’atropo dalle ali mortifere che sovraintende al nascente amore tra la giovane e l’avvocato-Gozzano. Basta un frullio, un ronzio leggero per rompere l’idillio e trasformare il solaio, isola felice dei novelli innamorati, in un cupo sepolcro di lamenti infernali. Eppure è bastato poco: un accenno, un lieve battito d’ali per riportare il poeta nella sua situazione di dannato sospeso, troppo vivo per essere morto e troppo morto per essere vivo.

Un trauma così profondo non può però ascriversi solo alla sua condizione di ragazzo tisico. No, deve esserci una malattia più grave, più profonda, più terminale[3]:

Totò non può sentire. Un lento male indomo

inaridì le fonti prime del sentimento;

l’analisi e il sofisma fecero di quest’uomo

ciò che le fiamme fanno d’un edificio al vento.

Il sofisma, la letteratura, la poesia. Questo è il male senza cura, questo il veleno senza antidoto, la fiamma al vento, appunto. Gozzano: ragazzo-uomo offeso dalla vita, in fuga da una realtà aggressiva e sbeffeggiatrice, spinto dall’istinto di sopravvivenza intraprende fin dalla prima raccolta, fin dalla prima parola, l’unica strada per la salvezza, l’unico cammino dell’esistenza, la via del rifugio, citando l’omonima opera d’esordio. Il punto è che da quel rifugio, Gozzano, non è più uscito. Ci si è rintanato come un eremita, o meglio, si è perduto nei suoi labirinti. D’altronde quale altro destino poteva spettare a lui, Totò Merùmeni, alterego dal nome parlante (“punitore di se stesso”), se non bruciare all’interno del riparo dal lui medesimo costruito? Al poeta non resta che guardare la realtà dagli abbaini secentisti, dalle stampe ingiallite, dai dagherrotipi. La vita stessa diventa materiale letterario, un «bel romanzo mai vissuto», citando la lirica precedente. Gli effetti di questa patologia letteraria si riscontrano soprattutto nel rapporto con le donne. Già, le donne: Graziella, Cocotte, Felicita. Tutte figure morbosamente presenti e potenzialmente salvifiche. Solo potenzialmente, però. Non esiste mai un colloquio vero e proprio tra uomo e donna, tra amante e amata. Eppure «la via della salute»[4] è quella, è indicata, è celebrata dall’analogia omofonica dei loro nomi (Graziella-Grazia, Felicita-Felicità). Gozzano, tuttavia, non sa fare altro che tacere, rintanarsi in lunghi monologhi interiori, in amare fantasie, rinnegare e rinnegarsi («io non son più io», «io mi vergogno di essere poeta»). L’amore non esiste nella poesia gozzaniana, o, se esiste, è solo per evocazione-invocazione, per vago riferimento mnemonico. La sensibilità poetica ha invaso lo spirito del poeta, ne ha fatto terra bruciata, inibendone i ricettori dell’emotività e dell’empatia. È un sentimentalismo senza sentimento, manovrato dall’unica forza attiva nell’universo gozzaniano, la sola realtà conosciuta e conoscibile: la poesia, il suo rifugio, la sua prigione.

È qui che il poeta lancia la sua sfida più interessante alla modernità: per Gozzano, malato di letteratura, non c’è altro di vero che la letteratura. Tutto il resto è vita, cioè qualcosa che gli è estraneo, che gli sfugge non solo biologicamente, ma perché già filtrato da una cultura millenaria. Alle spalle del torinese c’è una tradizione letteraria, una lunghissima e rinomata storia di autori, da Dante al contemporaneo D’Annunzio, che con la loro parola, con la loro irraggiungibile sensibilità espressiva hanno già detto tutto il dicibile e l’hanno fatto nel modo migliore, rendendo la poesia inesprimibile se non al di sotto del limite da loro raggiunto. Il mondo, quindi, è già stato tutto ampiamente codificato. C’è stato un sovraccarico, un surriscaldamento culturale che ha trasformato la realtà da parlante a parlata, da soggetto vivo a oggetto tramortito. Che cosa resta, quindi, al poeta contemporaneo? Come dopo un sontuoso banchetto, a Gozzano non rimangono che le briciole, i piatti sporchi, le pietanze meno buone, che nessuno ha voluto assaggiare. Entriamo quindi in solai dimenticati, discariche di «ciarpame reietto», di vecchi oggetti d’antiquariato, reperti archeologici dimenticati dal mondo, escrementi storici di esiguo valore; ci facciamo accompagnare da ragazze «quasi brutte» e un po’ ignoranti per le «stanze morte» di una villa abbandonata. «Le cose buone di pessimo gusto», la vergogna della poesia passata, con cui Gozzano arreda gran parte dei suoi componimenti. Non si tratta solamente di un problema di contenuto: la lingua, la parola poetica tout court è a rischio di inautenticità poiché tutto ciò che si sente, si dice, si è, è già stato cifrato, è riconoscibile da chiunque. Esiste un’unica strategia che possa aggirare il problema, che sappia liberare dall’alienazione una lingua oramai consumata da se stessa: svelare l’inganno, dichiarare apertamente la propria falsità e giocare su di essa. La citazione costituisce perciò l’unico (e l’ultimo) lido cui approdare. Perché ciò avvenga Gozzano necessita non di un destinatario qualunque, ma di un lettore-letterato che sappia riconoscere la citazione, che ne attivi il principio parodico, che collabori al completamento del progetto poetico. In questo senso, l’apice dell’ironia gozzaniana si tocca quando è lo stesso autore ad autocitarsi, ad autoparodizzarsi. Non mi riferisco solamente alla storpiatura del suo nome («questa cosa vivente/detta guidogozzano»[5]) o all’utilizzo di rime insolite («Nietzsche…camicie»[6]), ma a veri e propri esperimenti di riproduzione d’interi componimenti. L’amica di Nonna Speranza riprende vita attraverso una farsa teatrale in L’esperimento[7]:

Nel salone ove par morto da poco

il riso di Carlotta, fra le buone

brutte cose borghesi, nel salone

quest’oggi, amica, noi faremo un gioco.

Parla il salone all’anima corrotta,

d’un’altra età beata e casalinga:

pel mio rimpianto voglio che tu finga

una commedia: tu sarai Carlotta.

Ne L’ipotesi, invece, l’autore redige una nuova versione della Signorina Felicita, una diversa edizione in cui la morte non sia presente, in cui la via della salute venga imboccata, in cui Gozzano si realizzi come uomo compiuto, con moglie, figli ed un salotto di chiacchere borghesi[8]:

Io penso talvolta che vita, che vita sarebbe la mia,

se già la Signora vestita di nulla non fosse per via…

E penso pur quale Signora m’avrei dalla sorte per moglie,

se quella tutt’altra Signora non già s’affacciasse alle soglie.

Sposare vorremmo non quella che legge romanzi, cresciuta

tra gli agi, mutevole e bella, e raffinata e saputa…

Ma quella che vive tranquilla, serena col padre borghese

in un’antichissima villa remota del Canavese…

Ma quella che prega e digiuna e canta e ride, più fresca

dell’acqua, e vive con una semplicità di fantesca,

ma quella che porta le chiome lisce sul volto rosato

e cuce e attende al bucato e vive secondo il suo nome:

un nome che è come uno scrigno di cose semplici e buone,

che è come un lavacro benigno di canfora spigo e sapone…

un nome così disadorno e bello che il cuore ne trema;

il candido nome che un giorno vorrò celebrare in poema,

il fresco nome innocente come un ruscello che va:

Felìcita! Oh! Veramente Felìcita!… Felicità…

Il gioco della citazione è portato agli estremi del possibile e dello scrivibile. Dopo di questo, il nulla. O forse no? Il manierismo di Gozzano non rappresenta certo un’involuzione della ricerca poetica, ma è una delle prime spie di quella necessità di rinnovamento di cui le generazioni future si faranno carico. I Futuristi, Montale, Sanguineti, tutti passeranno attraverso la funzione-guidogozzano. La brillante intuizione dell’aver inventato il metalinguaggio come poesia suona precocemente post-moderna e al contempo epigonica. Apre una porta, ma al tempo stesso ne chiude un’altra, alle sue spalle. L’ironia gozzaniana coinvolge, avvolge, travolge tutto ciò che incontra, indiscriminatamente: passato e futuro, vita e letteratura, il mondo e se stessa.  Solo, gelido, in disparte, / sorrido.

Eccolo di nuovo, quel sorriso. Solo accennato, senza trasporto, lasciato lì, a mezza bocca, un abbozzo, un tratto vagamente curvo su un foglio bianco. Non è un accenno di benvenuto come avevo pensato all’inizio della mia lettura, ma un cortese gesto di congedo dalla vita, dalla poesia, da se stesso. È il sorriso di chi aspetta la fine, senza lacrime, senza troppi drammi, di chi accetta la sconfitta e si lascia prendere in giro. È il sorriso di chi ha capito le regole del gioco poetico, di chi alla fine, giocando, si è pure divertito, cosciente, forse, che la partita avrà presto una fine.

[1] I Colloqui, I Colloqui (I), vv. 1-3/10-15/20-25.

[2] I Colloqui, In casa del sopravvissuto, vv.16-17.

[3] I Colloqui, Totò Merùmeni, vv. 45-48.

[4] I colloqui, Le due strade, v.27.

[5] La via del rifugio, La via del rifugio, vv.35-36.

[6] I Colloqui, La Signorina Felicita, vv. 308-311.

[7] Rime sparse, L’esperimento, vv. 5-12.

[8] Rime Sparse, L’ipotesi, vv. 1-18.


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