“Morto un poeta, eliminato un eroe, si forma un vuoto incolmabile e bisogna attendere che gli dèì lo facciano resuscitare. Chissà dove, chissà quando.”

Lo aveva incontrato prima in Bolivia, era Chato Peredo che organizzava la resistenza armata a La Paz. Poi lo aveva già visto in padre Tito de Alcencar Lima, frate domenicano torturato alle Operazioni Bandeirantes. E poi ancora in Vietman, dove si chiamava Huyn Thi An; ma era stato anche il ribelle Nguyen Van Sam, e ancora Uberto a Città del Messico. Tanti ne aveva conosciuti Oriana Fallaci di rivoluzionari, tanti di quegli scenari di bombe e torture, tanti di tentativi di ribellione diventati fumo. Eppure, questa volta, per il Chato Peredo e il padre Tito, per il Huyn Thi An, il Nguyen Van Sam e l’Uberto che coesistevano in Alekos Panagulis, vi era più che la semplice ammirazione e curiosità della giornalista e corrispondente di guerra. Oriana Fallaci descrive la vita di un eroe cui non è stato attribuito troppo merito; di un condannato a morte, di un ribelle, attraverso la storia intricata che lo ha unito a lei. Indaga e fa luce su processi, episodi, condanne acquattate nell’ombra; ma, così facendo, si addentra nella mente e nella personalità di uomo che, sempre solo, le ha mostrato anche la sua debolezza. Solo una compagna, una complice, un’amante e giornalista come lei avrebbe potuto capire a tal punto l’animo intricato di Alekos, animo che si svelò appieno in seguito al suo misterioso assassinio.

Condannato a morte nel 1968 per l’attentato al capo militare del regime greco Georgis Papadopulos, nei cinque anni che seguirono il fallito tentativo di riconquistare la libertà Alekos fu vittima delle più atroci crudeltà, soprusi, violenze. Condannato senza processo, interrogato ripetutamente sotto tortura, si rifiutò sempre di parlare, sapendo tenere alta la testa, conservando quella dignità che in tutti i modi gli si cercò di strappar via. Agli ufficiali, ad Hazizikis e Zakarakis, rispose con coraggio; si rifiutò di piegarsi a quell’annullamento dell’io che vollero imporgli rinchiudendolo nella cella a forma di bara. Neanche in quella tomba di due metri per tre morirono i suoi tentativi di fuga; né le sue poesie, né la sua fantasia. Ma con il passare del tempo, sebbene esso non esistesse in quella angusta prigione in cui non vi era spazio neppure per la luce, l’abitudine ebbe il sopravvento. “L’abitudine è la più infame delle malattie”, scrive la Fallaci, “perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte”. Così Alekos, anche quando in seguito all’amnistia poté riassaporare la dolcezza amara della libertà, si portò sempre dietro, da un lato l’inquietudine per i vasti spazi aperti; dall’altro, l’attrazione per una morte spesso intravista attraverso una serratura, la cui porta era però rimasta ancora sempre chiusa. Nei suoi anni in esilio tra Italia e Grecia, Oriana lo descrive nella sua ansia di dover agire, ribellarsi, far conoscere e portare giustizia. Tornato in patria con lo sgretolarsi della dittatura, assaporò la delusione della “Politica dei politici” venendo eletto in Parlamento. Ma egli era un rivoluzionario, protettore della giustizia, della verità. E per questo, scomodo. Per tutta la vita continuò la sua lotta vana, finché percepì l’aprirsi della misteriosa porta della morte; e comprese. Comprese l’importanza delle parole. Iniziò a scrivere. “Alle bombe, agli scoppi, alle armi, io non ci credo più. (…) Le vere bombe sono le idee!”. Quando ebbe l’opportunità di testimoniare contro Hazizikis, in quell’occasione tanto agognata, tralasciò i dettagli più crudeli della sua prigionia. Indifferenza a quei principi che lo avevano sempre guidato? No; rispetto per un uomo in catene. La morte, seppur aspettata, arrivò come un lampo. Un’ auto che insegue, rincorre, lo fa sbandare. Primo maggio 1976. La mortale caduta nel precipizio.

Eppure, si sa: lo spirito di un combattente, quando ci lascia, non muore. Rivive nelle parole, nei ricordi, nelle testimonianze di chi scrive e parla per lui. Questo l’intento di Oriana Fallaci, nel dipingere il suo amato compagno d’azione, la sua vita senza pace.  Alekos, un gabbiano che vola nell’alba, che si tuffa nel mare e sveglia la città. Alekos è il coraggio, l’anticonformismo, l’azione e la ribellione fuse in un’unica persona. Alekos è l’imprevedibilità e l’inganno, contro la “Politica dei politici”, contro chi invano ha tentato di incatenare la sua anima vorticosa. Amante del pericolo, frenetico: Alekos è il sogno, la sfida. L’impulsività, la lotta, e l’infantilità di un bambino che si stupisce. Alekos che impazzisce per il telefono, alza la cornetta e grida: “Sono me! Sono qui!”.

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