di Andrea Piazza

C’è una ragazza che avrà la mia età, poco distante. È seduta. Il suo sguardo è ben diverso.

È alto, fiero, quasi sicuro di sé. Non è tanto lo sguardo di superiorità, è lo sguardo tipico della ragazza sicura. Di quella che risponde sempre ai ragazzi con le parole giuste, taglienti e sicure, appunto. Quella che non ha la storia sbagliata, quella che il fidanzato ce l’ha e non vuole casini.

Quella che, alla fine, è cosi sicura perché non si fa troppe domande su se stessa, e non perché sia stupida o cosa, no, solo perché le è indifferente. È la tipica ragazza inconquistabile, che non cede agli scherzi, che non urla “dai” ogni volta che la prendi in giro, che se ne sbatte, sì, di chi è ancora immaturo. Ecco sì, è la tipica ragazza che pensa di essere matura e di avere una marcia in più…e nessuno deve sostenere il suo sguardo.

Ho lo sguardo fisso nel vuoto, e i pensieri scorrono fugaci nella mente.

Si, fugacità, pensieri effimeri, frammenti di sguardi, impressioni di persone e caratteri e situazioni…

Sale un suonatore. Di quelli con la fisarmonica, mi capite. Suona il solito Piazzolla, il tango che tutti dicono “oh, che bello”..”oh, quanto mi piace il tango, balliamo?” ..ma poi nessuno che dia una beneamata moneta.

È stupendo veder illuminare il suo volto quando infilo due euro nel suo barattolo. È lo sguardo di chi, alla fine, ha disimparato cosa sia la gratitudine, e quindi non sa cosa dirti o cosa fare. È solo felice, ma quasi per automatismo…è il prodotto della nostra società, che dà la gratitudine come qualcosa di scontato, perché, purtroppo, gli stronzi in giro sono sempre più di quelli che hanno due miseri euro da regalare.

Non che io voglia fare il moralista, o il cristiano caritatevole: penso solo che, ragazzi, ci vuole un bel coraggio per essere così ipocriti come siamo tutti, in questa città

Ho lo sguardo fisso nel vuoto, e i pensieri scorrono fugaci nella mente.

Sale un tipo mezzo andato. Hai in mano la lattina di Heineken, lo sguardo che vaga, si siede appena trova un posto libero. Ha gli occhi lucidi dell’ubriaco e i capelli impastati. Ha una camicia a scacchi. Nel suo insieme, è un personaggio da New York City, direi, da metro con i graffiti e i graffitari e quant’altro.

L’isterico newyorchese, o l’ubriaco londinese, anche.

In puro stile anglosassone, in ogni caso.

Scende alla mia stessa fermata. Tutti lo evitano o distolgono lo sguardo. Lo farei anch’io, ma non oggi, oggi sono felice e voglio vedere come si sta quando si soffre. Appoggia la mano al palo, e gli trema, la lattina oscilla. Anche le labbra tremano, non si accorge che lo guardo, forse non si accorge di nulla lì attorno. È tipico, lo so, essere partiti e non capire più nulla del mondo circostante. Il dolore affogato nell’alcool, i problemi che si vogliono prendere a calci nel culo, la voglia di gridare al mondo “ci sono anche io, stronzo!”…la voglia di far vedere che siete al tappeto, quasi, almeno alle corde.

È l’ultimo ring, si.

Ho lo sguardo fisso nel vuoto, e i pensieri scorrono fugaci nella mente.

Scendo dalla metro. Sono sull’autobus, ora. Il ritmico andare avanti e indietro, frenata e accelerazione, frenata e ripartenza.

Ad un semaforo si ferma il bus, e ci si guarda in silenzio. Nessuno regge a lungo lo sguardo, siamo tutti soprappensiero, credo. C’è un’indifferenza incredibile…

Non ho mai capito, se mi piace, o no.

Non ho mai capito se odio quest’indifferenza, questa mancanza di comunicazione, solidarietà, questi visi scialbi che si ignorano per lunghi tragitti, queste facce affannate.

Oppure, se mi piace invece. Perché è uno scudo, è una difesa, è un muro. Io sono, dopotutto, uno di città. E non è poco. Non voglio parlare con chi mi sta attorno, né salutarlo, al massimo osservarlo un po’. E’ molto più facile essere indifferenti verso tutto e tutti..non nella propria testa, magari, ma nei fatti sì.

Non trovando una soluzione, mi ritiro nella musica.


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