di Sara Ottolenghi

Ti danno un pizzicotto. Percepisci, nell’ordine, tre tipi di stimolo: il tocco fastidioso ma ben localizzato, un picco di dolore pungente e, soprattutto nel caso di particolare insistenza da parte dell’autore dell’offesa, una seconda componente del dolore, detta urente. A quel punto sembra istintivo il bisogno di frizionarsi la parte lesa: la sensazione negativa pare attenuarsi, in parte per la distanza temporale dalla sua causa e in parte per l’attivazione di altri recettori che danno l’impressione di “distrarre” le fibre su cui convergono insieme ai nocicettori. Funziona in questo modo la cosiddetta “teoria del cancello”: i neuroni che conducono in verticale messaggi diretti alla corteccia cerebrale ricevono segnali da fibre nervose di tipo diverso, che conducono a velocità differenti e, oltre ad eccitarle, attivano inibitori per regolare, già a livello periferico, l’intensità della sensazione risultante.

Accade tuttavia a volte che questa convergenza sia ingannevole: uno stimolo dolorifico proveniente da un viscere interno può essere sentito come superficiale, come avviene in caso di infarto, coinvolgendo anche il braccio sinistro.

Difficile da spiegare ma forse analogo per causa sembra essere il caso dell’arto fantasma: un arto amputato può essere ugualmente avvertito come dolente. Esistono anche casi in cui toccare una parte del viso può dare l’illusione di percepire ancora le parti del corpo perdute. Le ragioni di quest’ultima rara situazione si trovano a livello corticale: la corteccia sensoriale è organizzata in aree rappresentanti le diverse regioni del corpo in proporzione alla loro sensibilità. L’homunculus, questo il nome dato alla rappresentazione caricaturale di queste regioni, ha viso e mani enormi e vicini fra loro. L’assenza di afferenze dalla mano lascerebbe un vuoto anche nella mappa cerebrale, che viene compensato forse grazie ad un allargamento della zona del viso.

homunculus

Se il pizzicotto è dato con le unghie, e abbastanza forte da causare infiammazione, questa può coinvolgere anche cellule non nervose nell’amplificazione della nocicezione, il che può dar luogo a una sensibilizzazione a volte tanto accentuata da dar luogo a uno di questi due fenomeni oppure a entrambi: allodinia (risposta dolorosa a stimolo non dolorifico) e iperalgesia (risposta eccessiva a uno stimolo dolorifico di entità minore).

Tuttavia il dolore può anche essere ingannato. Le proprietà antidolorifiche di sostanze come l’oppio sono conosciute sin dai tempi antichi, ma la scoperta che qualcosa di simile viene prodotto anche fisiologicamente dal nostro stesso corpo è più recente. Si tratta degli oppioidi endogeni, prodotti a livello del tronco mesencefalico in risposta a percezioni intense che è utile calmare per dare la precedenza, per esempio, a reazioni del sistema simpatico.

Fra di esse vi sono le beta-encefaline, prodotte nell’ipotalamo a partire dello stesso segmento proteico da cui si forma ACTH, l’ormone adrenocorticotropo che stimola la secrezione del cortisolo in risposta allo stress. Stress e soglia del dolore sono dunque strettamente correlati anche a livello chimico. In quello stesso segmento si trova però anche l’ormone MSH, stimolante i melanociti a produrre melanina. Questo ormone, però, non è molto presente nell’essere umano, o risulteremmo, forse, abbronzati in proporzione a qualsiasi perturbazione delle mostre condizioni di salute fisica o mentale.

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