Someone help me! He’s not my dad!” grida una bambina sul marciapiede dell’incrocio di una strada trafficata a New York, mentre viene trascinata per il braccio da un uomo. Un fiume turbolento di persone passa accanto, si gira, guarda la scena ma poi continua a camminare per la sua via. “Se la bambina fosse in pericolo, qualcuno sarebbe già intervenuto o starebbe intervenendo, passa così tanta gente qui intorno!” sembra essere il pensiero comune. Così la bambina continua a esser trascinata e a gridare, senza che nessuno si chieda la ragione delle sue urla con una forza abbastanza grande da deviare la sua traiettoria. C’è una telecamera di sorveglianza a filmare questa scena, inquadrando i volti di chi passa non senza notare quel che accade. Passa molto tempo prima che due ragazzi decidano di intervenire, avvicinandosi all’uomo in modo minaccioso. Solo allora si svela che, per fortuna, si trattava solo di un falso rapimento, simulato appunto per osservare le reazioni della maggioranza dei passanti.
Tali reazioni dimostrano quello che gli sociologi John Darley e Bibb Latanè chiamarono, nel 1968, “bystander effect” (effetto spettatore): più persone assistono a un determinato evento (ad esempio un’emergenza) minore è la responsabilità che ciascuno sente su quell’evento, e quindi l’impulso ad intervenire. A sostegno di questa tesi i due studiosi portarono diversi esperimenti: uno consisteva nel far credere ai soggetti di essere in ascolto di una persona in preda a un attacco epilettico.
Alcuni di essi erano stati convinti di essere i soli ad assistere all’emergenza e decisero di intervenire abbastanza velocemente.
Altri credevano, secondo ciò che era stato loro detto, che qualcun altro stesse ascoltando e, pur non riuscendo ad assistere alla reazione degli altri astanti, esitarono ad intervenire, convinti che qualcun altro lo stesse già facendo o l’avrebbe fatto.
I soggetti, studenti della Columbia University, erano stati coinvolti nell’esperimento con la scusa di un progetto di ascolto delle difficoltà collegate agli studi universitari in una città caotica come New York. Ciascuno di essi, chiuso da solo in una stanza con delle cuffie e un microfono, avrebbe avuto 2 minuti per esporre i suoi problemi, dopo di che il suo microfono sarebbe stato spento e le cuffie attivate per dar spazio ai problemi altrui. Il tutto sarebbe poi stato ascoltato dagli organizzatori in seguito.
Ma i soggetti erano ignari che le altre voci fossero registrate da attori, in particolare quella che timidamente ammetteva di aver problemi di salute e rischio di attacchi epilettici, poco prima di chiedere aiuto per un attacco in corso.
I tempi di reazione furono cronometrati ed esaminati: l’85 % dei soggetti convinti di essere gli unici ad ascoltare la richiesta d’aiuto corsero a chiamare gli organizzatori dell’esperimento prima della fine dei 2 minuti di registrazione, mentre solo il 31 % di chi pensava che altri fossero in ascolto era intervenuto altrettanto velocemente.
Si trovano anche altri filmati come quello descritto a inizio articolo (http://www.youtube.com/watch?v=KIvGIwLcIuw), fatti per sensibilizzare su questa responsabilità delegata alla folla, con attori che fingono di star male, magari anche scavalcati all’uscita di una stazione, che attirano l’attenzione di una massa di persone solo dopo che qualcun altro (spesso in questi video un altro attore) si rende disponibile ad aiutarli.  Se stare a guardare o passare oltre è un fenomeno comune, lo si può perciò giustificare?

A cura di Sara Ottolenghi